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L’Alzheimer spirituale: quando il cristiano dimentica perché vive

  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 7 min

Negli ultimi mesi accompagno mia madre in una prova dolorosa: la demenza sta cancellando lentamente ricordi, volti e frammenti della sua vita. Ci sono giorni in cui rivive lutti già vissuti, soffrendo come se fosse la prima volta. È una ferita che tocca profondamente chi ama.

Davanti a questa realtà, pregando, mi sono chiesto: esiste anche un Alzheimer spirituale? Non riguarda il cervello, ma é molto profonda e riguarda l’anima.


1. Quando si perde la memoria del cuore

L’Alzheimer spirituale non arriva necessariamente all’improvviso. Si insinua lentamente. Il cristiano non smette formalmente di credere, ma dimentica chi è, ciò che ha ricevuto e perché vive. La Parola di Dio ci mette in guardia:

«Guardati bene dal dimenticare il Signore, tuo Dio» (Dt 8,11).

Il cristiano dimentica di essere stato salvato e chiamato. Dimentica le grazie ricevute, i miracoli vissuti, le preghiere esaudite e la gioia degli inizi. Dimentica che Dio lo ha rialzato, perdonato e condotto fino a quel momento.

Per questo il salmista parla alla propria anima:

«Benedici il Signore, anima mia,non dimenticare tutti i suoi benefici» (Sal 103,2).

La memoria spirituale non consiste soltanto nel ricordare avvenimenti del passato. Significa custodire nel cuore la fedeltà di Dio per continuare a camminare nel presente. Il Signore ordinò al suo popolo:

«Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere» (Dt 8,2).

Un cristiano può continuare a pregare e a partecipare agli incontri, ma qualcosa può spegnersi dentro di lui. Frequenta, ascolta e riceve, ma perde la memoria del cuore: dimentica il primo amore! Gesù dice alla Chiesa di Efeso:

«Ho però da rimproverarti di avere abbandonato il tuo primo amore. Ricorda dunque da dove sei caduto, convèrtiti e compi le opere di prima» (Ap 2,4-5).

Il Signore non dice soltanto: “Ricorda”. Aggiunge: “Compi le opere di prima”. La vera memoria spirituale conduce sempre a una scelta concreta.


2. Le conseguenze e le resistenze

Quando si perde la memoria della chiamata, emergono resistenze sottili:

  • “Credo già”.

  • “Ho già fatto tanto”.

  • “Non devo dimostrare nulla”.

  • “Non ho tempo”.

  • “Non sono capace”.

Sono parole comprensibili, ma possono nascondere una verità: la fede vive soltanto quando viene accolta, praticata e donata. San Giacomo afferma:

«Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi» (Gc 1,22).

Quando si dimentica la missione, si smette di evangelizzare.

Quando si dimentica la chiamata, si smette di servire.

Quando si dimenticano i doni ricevuti, si smette di metterli a disposizione.

Quando si dimentica l’amore ricevuto, si smette di donarlo.

Gesù ha stabilito un principio molto chiaro:

«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8).

La fede non ci è stata donata perché la conservassimo gelosamente. Lo Spirito Santo non ci è stato dato soltanto per consolarci, ma anche per renderci testimoni.

«Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni» (At 1,8).

Quando si riceve molto e si dona poco, la vita cristiana diventa passiva. Si cercano continuamente nuovi insegnamenti, nuove preghiere, nuove consolazioni e nuove esperienze, ma si dimentica che ogni grazia contiene anche una responsabilità.

San Pietro scrive:

«Ciascuno, secondo il dono ricevuto, lo metta a servizio degli altri, come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio» (1Pt 4,10).

Il dono che non viene messo al servizio rischia di diventare sterile. Eppure Gesù non ha detto ai suoi discepoli di restare fermi. Ha detto:

«Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19).

Questo “andate” può spaventare. Ma la missione non nasce dalle nostre capacità: nasce dalla chiamata di Dio e dalla nostra disponibilità.

Il Signore disse al profeta Geremia:

«Non dire: “Sono giovane”. Tu andrai da tutti coloro a cui ti manderò e dirai tutto quello che io ti ordinerò» (Ger 1,7).

Non siamo inviati perché siamo già perfetti. Siamo formati mentre camminiamo, serviamo e ci lasciamo guidare dallo Spirito Santo.


3. Lo Spirito Santo non ristagna: si dona

Lo Spirito Santo è come un fiume: quando scorre, porta vita. Gesù proclama:

«Chi ha sete venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva» (Gv 7,37-38).

L’acqua viva non entra soltanto nel credente: sgorga dal suo grembo e raggiunge gli altri. Lo Spirito Santo ci consola perché possiamo consolare. Ci guarisce perché possiamo accompagnare chi è ferito. Ci illumina perché possiamo portare luce. Ci dona una parola perché possiamo annunciarla. Ci fa sperimentare la misericordia perché possiamo diventare missionari della Misericordia. San Paolo scrive:

«Dio ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione» (2Cor 1,4).

La grazia ricevuta diventa feconda quando viene trasmessa. Per questo san Paolo raccomanda a Timoteo:

«Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te» (2Tm 1,6).

Il dono può essere presente, ma deve essere ravvivato. Come un fuoco, ha bisogno di essere alimentato mediante la preghiera, la formazione, la comunione fraterna e la missione.


4. Le Masterclass: risvegliare la memoria della chiamata

Non abbiamo bisogno soltanto di nuove parole. Abbiamo bisogno di rimetterci in cammino. Le Masterclass dei Discepoli Missionari aiutano proprio a risvegliare la memoria del cuore. Ci aiutano a ricordare:

  • chi siamo;

  • chi ci ha chiamati;

  • quali doni abbiamo ricevuto;

  • per chi siamo stati inviati;

  • come possiamo servire concretamente.

Le Masterclass non sono semplicemente conferenze alle quali assistere. Sono luoghi di formazione, discernimento e attivazione missionaria. Gesù stesso dedicò tempo alla formazione dei discepoli:

«Ne costituì Dodici — che chiamò apostoli — perché stessero con lui e per mandarli a predicare» (Mc 3,14).

Il discepolo è chiamato prima di tutto a stare con Gesù, ma è anche scelto per essere mandato. Stare con Lui senza partire conduce a una spiritualità chiusa. Partire senza stare con Lui conduce all’attivismo. La formazione autentica tiene insieme queste due dimensioni: comunione e missione, preghiera e servizio, ascolto e annuncio.

Anche i discepoli di Emmaus ricevettero uno straordinario equipaggiamento da Gesù lungo la strada:

«Cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (Lc 24,27).

Ma dopo avere riconosciuto il Signore, non rimasero seduti a custodire quell’esperienza:

«Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme» (Lc 24,33).

La formazione ricevuta li rimise immediatamente in missione con intraprendenza.


5. Una missione ogni settimana

La formazione è necessaria, ma da sola, non basta.

Non si diventa missionari soltanto ascoltando insegnamenti sulla missione.

Si diventa missionari cominciando a missionare.

Gesù non inviò i discepoli soltanto alla fine del loro cammino. Li inviò mentre erano ancora in formazione:

«Il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi» (Lc 10,1).

Una missione settimanale non deve necessariamente essere qualcosa di grande o spettacolare. Può essere:

  • una visita a un malato;

  • una telefonata a chi è solo;

  • un ascolto sincero;

  • un servizio semplice;

  • una preghiera condivisa;

  • una parola di incoraggiamento;

  • un gesto di riconciliazione;

  • un aiuto concreto a una famiglia;

  • un annuncio del Vangelo;

  • l’invito di una persona a un incontro di preghiera.

Gesù ci ricorda il valore dei piccoli gesti:

«Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).

Qualcuno potrebbe dire: “Non ho tempo”. Ma forse la vera domanda non è quanto tempo possediamo, bensì ciò che consideriamo realmente importante. San Paolo esorta:

«Fate dunque molta attenzione al vostro modo di vivere, comportandovi non da stolti ma da saggi, facendo buon uso del tempo» (Ef 5,15-16).

Se ricordassimo veramente che nel Battesimo siamo stati innestati in Cristo e che nella Confermazione abbiamo ricevuto la forza dello Spirito Santo per testimoniare, troveremmo spazio almeno per un gesto missionario ogni settimana.

Non tutti possono predicare davanti a una folla, ma tutti possono amare qualcuno nel nome di Gesù. Non tutti possono partire per una terra lontana, ma tutti possono attraversare la strada, fare una telefonata o aprire la porta.

In Italia Gerlanda segretaria di Emmaus COM Italia in Sicilia, Sophie in Vandea francese,, hanno lanciato un servizio di prossimità in aiuto alle persone anziane, sole e bisognose. Si tratta per loro di un lavoro


6. Emmaus COM: ricevere per donare

Emmaus COM non nasce semplicemente per organizzare eventi. Nasce per formare discepoli missionari: uomini e donne che scelgono di donare in missione ciò che hanno ricevuto.

Una comunità rimane viva quando ogni membro comprende di avere una responsabilità. San Paolo paragona la Chiesa a un corpo:

«Voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra» (1Cor 12,27).

Nel corpo nessun membro è inutile e nessuno può limitarsi soltanto a ricevere.

Ogni fratello ha un dono.

Ogni sorella ha una chiamata.

Ogni persona può portare una parte della missione.

Forse alcuni hanno dimenticato il dono ricevuto. Altri lo hanno sepolto per paura, delusione, stanchezza o senso di incapacità. Ma Gesù ci invita a non nascondere ciò che ci ha affidato:

«Non si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa» (Mt 5,15).

La luce che abbiamo ricevuto non appartiene soltanto a noi. È destinata a illuminare la vita di qualcuno.


7. Ricordi ancora perché Gesù ti ha chiamato?

Oggi il Signore ci pone la stessa domanda rivolta ai discepoli di Emmaus:

«Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?» (Lc 24,17).

E, più in profondità, domanda a ciascuno di noi:

Ricordi ancora perché Gesù ti ha chiamato?

Ricordi il giorno in cui hai incontrato il suo amore?

Ricordi la gioia della tua conversione?

Ricordi le grazie ricevute?

Ricordi il desiderio di servirlo?

Ricordi le persone che attendono ancora una parola, una visita o una testimonianza da parte tua?

Se la risposta è incerta, non scoraggiarti. È un invito a ricominciare La Scrittura dice:

«Rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche» (Eb 12,12).

Rimettiti in cammino.

Iscriviti alle Masterclass.

Accetta di lasciarti formare.

Vivi la missione concreta da vivere ogni settimana.

Lascia che lo Spirito Santo ravvivi il dono di Dio che è dentro di te.

Come scrive san Paolo:

«Guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1Cor 9,16).

Il mondo non ha bisogno soltanto di cristiani che ricordano con nostalgia ciò che Dio ha fatto nel passato. Ha bisogno di uomini e donne che custodiscano la memoria delle sue opere e vivano oggi la missione ricevuta.

«Annunceremo alla generazione futura le lodi del Signore, la sua potenza e le meraviglie che egli ha compiuto» (Sal 78,4).

Non permettiamo che l’Alzheimer spirituale ci faccia dimenticare la nostra identità.

Noi siamo amati. Noi siamo chiamati. Noi siamo inviati.

Abbiamo ricevuto lo Spirito Santo per diventare testimoni di Gesù.

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