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IL CUORE NUOVO

  • 31 minuti fa
  • Tempo di lettura: 5 min

DALLA VECCHIA IDENTITÀ

ALLA LIBERTÀ DEI FIGLI DI DIO

«Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne.» (Ez 36,26)

Molti cristiani cercano sinceramente Dio: partecipano alla vita della Chiesa, pregano, evangelizzano, servono nella missione e studiano la Parola con il desiderio di vedere il Regno di Dio manifestarsi. Eppure, come sacerdote e accompagnatore spirituale, incontro spesso una realtà ricorrente.

Ho visto persone ricevere autentiche grazie e poi perdere gradualmente pace, gioia e libertà interiore. Alcuni diventano rigidi nelle proprie convinzioni, altri, dopo aver sperimentato la misericordia, finiscono per giudicare gli altri. Altri ancora si allontanano dalla comunione fraterna e vivono una lenta deriva spirituale.

Spesso queste situazioni vengono attribuite soltanto agli attacchi del maligno. Talvolta, però, la radice del problema non è anzitutto esterna.

È nel cuore.

Per comprendere questa battaglia dobbiamo tornare alla visione biblica del cuore e alla promessa che Dio affida al profeta Ezechiele.


Il cuore come identità

Nella Bibbia la parola ebraica per indicare il cuore è Lev (לֵב) o Levav (לֵבָב). Per la mentalità moderna il cuore è soprattutto la sede delle emozioni. Nella prospettiva biblica, invece, è il centro dell'intera persona.

Nel Lev prendono forma:

  • i pensieri;

  • le convinzioni;

  • le credenze profonde;

  • la memoria;

  • la coscienza;

  • la volontà;

  • le decisioni;

  • i desideri;

  • gli affetti;

  • le motivazioni;

  • il discernimento;

  • la direzione della vita.

La Scrittura afferma:

«Come pensa nel suo cuore, così egli è.» (Pr 23,7)

Il cuore pensa.

«Concedi al tuo servo un cuore che ascolta.» (1Re 3,9)

Il cuore decide.

«Con il cuore infatti si crede.» (Rm 10,10)

Il cuore crede.

«Più di ogni cosa degna di cura custodisci il tuo cuore, perché da esso sgorga la vita.» (Pr 4,23)

Il cuore orienta tutta l'esistenza.

Se dovessimo tradurre oggi il significato del Lev con una sola parola, probabilmente sarebbe: IDENTITÀ

Il cuore è il luogo in cui rispondiamo alla domanda più importante: Chi sono io?

  • Sono figlio o orfano?

  • Sono amato o rifiutato?

  • Sono scelto o dimenticato?

  • Sono chiamato o inutile?

Da questa risposta dipende gran parte della nostra vita spirituale.


La battaglia dell'identità

Fin dall'inizio il maligno cerca di colpire proprio questo punto. Nel giardino dell'Eden il serpente non attacca anzitutto il comportamento di Eva, ma la sua fiducia nel Padre.

«È vero che Dio ha detto...?»(Gen 3,1)

Lo stesso accade a Gesù nel deserto. Per due volte il tentatore dice:

«Se tu sei Figlio di Dio...» (Mt 4,3-6)

La tentazione riguarda sempre l'identità. Il demonio sa che chi conosce la propria identità di figlio è difficile da manipolare e può affrontare le prove senza perdere la pace.

Per questo cerca di sostituire l'identità ricevuta da Dio con identità fondate sulla paura, sull'orgoglio, sulle ferite o sulle appartenenze umane.


Quando la cultura prende il posto dell'identità

Una delle tentazioni più sottili del nostro tempo è confondere la propria identità con la cultura, la nazione, il gruppo di appartenenza, la sensibilità religiosa o le proprie tradizioni.

Si arriva così a pensare:

  • «La mia cultura è superiore.»

  • «Noi siamo migliori degli altri.»

  • «Noi abbiamo capito tutto

  • «Noi siamo gli unici fedeli.»

  • «Il nostro popolo è superiore

  • «Gli altri non comprendono

Questo atteggiamento può assumere forme religiose, culturali o nazionalistiche incompatibili con il Vangelo. Alla radice vi è spesso una ricerca di sicurezza umana.

Il Vangelo illumina la cultura.

Il cristiano ama la propria cultura, la propria patria e la propria storia. Ma non fonda su di esse la propria identità. San Giovanni Battista ammoniva:

«Non crediate di poter dire dentro di voi: "Abbiamo Abramo per padre".» (Mt 3,9)

E san Paolo, profondamente legato alle sue radici ebraiche, scrive:

«Quello che poteva essere per me un guadagno, l'ho considerato una perdita a motivo di Cristo.» (Fil 3,7)

La nostra identità ultima non è nazionale, politica, culturale o semplicemente religiosa. La nostra identità è essere figli di Dio. Per questo la Pentecoste non cancella le differenze, ma le armonizza nello Spirito Santo.

«Li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio.» (At 2,11)

Il cuore nuovo non idolatra la propria cultura: la mette al servizio del Regno.


Perché tanti cristiani vivono sconfitte continue?

Molti credenti pregano, evangelizzano e servono il Signore, ma continuano a vivere come schiavi. Dio dice:

«Tu sei mio figlio, l'amato.» (Mc 1,11)

Eppure la persona continua a pensare:

  • «Non valgo nulla

  • «Non mi capiscono

  • «Nessuno mi riconosce

Dio dice:

«Ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni.» (Is 43,1)

Ma la persona continua a sentirsi abbandonata. Nasce così una frattura tra ciò che Dio afferma e ciò che l'uomo continua a credere. Non è un caso che il termine greco diabolos significhi «colui che divide». Il nemico cerca infatti di separare:

  • l'uomo da Dio;

  • il fratello dal fratello;

  • la persona dalla sua vera identità.


Le tappe dell'autosabotaggio spirituale

1. La ferita

Qualcuno ci delude o contraddice le nostre aspettative.

2. Il risentimento

Invece di portare il dolore alla Croce, lo tratteniamo.

«Badate che non spunti alcuna radice velenosa.» (Eb 12,15)

3. Il giudizio

Cominciamo a interpretare tutto in modo negativo e presumiamo di conoscere le intenzioni degli altri.

«Non giudicate, per non essere giudicati.» (Mt 7,1)

4. La rigidità

Non ascoltiamo più, non accettiamo correzioni e difendiamo a ogni costo la nostra posizione.

5. L'isolamento

La comunione lascia spazio alla diffidenza e la fraternità alla separazione.

6. L'autosabotaggio

A questo punto la persona distrugge da sola ciò che Dio stava costruendo.

Rifiuta il dialogo, il perdono, la misericordia e la riconciliazione.

Così perde battaglie che avrebbe potuto vincere.


Il cuore di pietra

Ezechiele descrive questa condizione con un'immagine potente: il cuore di pietra. È un cuore che non si lascia trasformare, che vuole sempre avere ragione e sospetta degli altri. Preferisce vincere una discussione piuttosto che custodire una relazione, difende l'orgoglio più della comunione, si percepisce continuamente come vittima e non riesce più a ricevere. Per questo Dio promette:

«Toglierò da voi il cuore di pietra.» (Ez 36,26)

Il cuore nuovo: una nuova identità

La promessa di Ezechiele non riguarda le emozioni. Dio non promette un carattere migliore. Promette una nuova identità. Il cuore nuovo è il cuore del figlio:

  • sa di essere amato;

  • sa perdonare;

  • sa chiedere perdono;

  • sa ricominciare;

  • sa accogliere la correzione.

Preferisce la comunione all'orgoglio, vive secondo lo Spirito e mette il Sensus Ecclesiae prima delle proprie reazioni emotive.


La via della Misericordia

La trasformazione del cuore passa inevitabilmente attraverso la misericordia.

Gesù, sulla croce, non sceglie il risentimento, la vendetta o la rivincita. Dice:

«Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno.» (Lc 23,34)

La misericordia non è debolezza. È la vittoria dell'amore sull'orgoglio. Il perdono non cancella la verità, ma impedisce che la ferita diventi identità.


Una domanda per ciascuno di noi

Quando nasce un conflitto, una delusione o una ferita, la domanda decisiva non è:

«Chi ha ragione?»

La domanda decisiva è:

«Sto reagendo con il cuore nuovo che Dio mi ha donato o con il vecchio cuore ferito?»

Il Signore non è venuto semplicemente a migliorare il nostro comportamento.

È venuto a donarci un cuore nuovo, una nuova identità, una nuova vita.

«Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.» (2Cor 5,17)

Questa è la vera libertà dei figli di Dio.

Questa è la profezia di Ezechiele.

Questa è la rivoluzione del Vangelo.

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