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Ci si può fermare nella missione per vivere di più la missione?

  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 7 min

In questi giorni questa domanda mi accompagna profondamente:

ci si può fermare nella missione per vivere di più la missione?

Per molti anni ho servito il Signore attraverso la predicazione, la formazione, i viaggi, gli incontri di preghiera e l’accompagnamento delle persone. La missione è diventata il respiro della mia vita sacerdotale.

Eppure, proprio adesso, il Signore mi sta chiedendo di rallentare.

La salute di mia mamma è diventata più fragile e richiede una presenza più costante. Per questo ho scelto di annullare una masterclass alla quale tenevo molto.

Non è stata una decisione facile.

All’inizio ho avuto quasi l’impressione di interrompere la missione. Poi ho compreso che forse il Signore non mi stava chiedendo di abbandonarla, ma di viverla in un modo diverso: più nascosto, più povero e forse più vero.


1. Quando la fragilità cambia i programmi

Noi programmiamo, organizziamo e prepariamo molte cose anche per Dio.

Poi arriva una malattia, un peggioramento, una persona amata che ha bisogno di noi. In un attimo, ciò che sembrava urgente deve essere riconsiderato.

La fragilità di mia mamma mi obbliga a vivere giorno per giorno. Non posso più controllare tutto né prevedere ogni cosa.

Sto imparando che la missione non è soltanto ciò che io preparo per Dio, ma anche ciò che Dio prepara per me.

Pensavo che la missione fosse altrove: in un incontro, in un viaggio, davanti a molte persone. Oggi comprendo che la missione più urgente può avere il volto di mia mamma, delle sue paure, delle sue domande ripetute, della sua memoria che si indebolisce e del suo bisogno di essere rassicurata.

Non sempre posso scegliere il luogo della missione.

Posso però scegliere come amare nel luogo in cui Dio mi ha posto.


2. Fermarsi non significa abbandonare

Per chi è abituato a fare, organizzare e accompagnare molte persone, fermarsi può sembrare una sconfitta.

Anch’io ho dovuto accettare un limite.

Ma una verità mi sta liberando: iil missionario non è il Salvatore. Gesù è il Salvatore.

La missione non dipende interamente da me. L’opera di Dio continua anche quando io sono costretto a rallentare. Il Signore può raggiungere le persone attraverso altre strade, altri fratelli e altre sorelle.

Fermarsi, quindi, non significa abbandonare la missione.

Significa ricordare che la missione appartiene a Dio e non a noi.


3. La persona viene prima del progetto

Ogni progetto missionario nasce per servire le persone. Eppure possiamo correre il rischio di difendere il progetto e non vedere più la persona concreta che ci sta accanto.

Gesù, nel Vangelo, si lascia continuamente interrompere.

Un cieco grida, una donna malata lo tocca, un padre lo supplica, una folla affamata lo raggiunge. Gesù non vede queste persone come ostacoli.

Le interruzioni sono la sua missione e scaturiscono anche dei miracoli !

Anch’io sto imparando che prendermi cura di mia mamma non è qualcosa di estraneo al mio sacerdozio. Quando preparo una medicina, ripeto con pazienza una risposta o cerco di tranquillizzarla, non sto smettendo di evangelizzare.

Sto annunciando con i gesti che ogni persona rimane preziosa anche quando diventa fragile.


4. La cura come scuola di santità

Spesso immaginiamo la santità attraverso gesti straordinari. Ma esiste anche una santità nascosta, fatta di piccole fedeltà quotidiane. È la santità di chi serve senza essere visto.

Di chi continua ad amare anche quando è stanco.

Di chi ripete con pazienza ciò che ha già spiegato molte volte.

Di chi rinuncia a un programma per custodire una persona.

Prendermi cura di mia mamma mi mette davanti ai miei limiti.

Non sempre riesco a essere paziente come vorrei. La stanchezza pesa e l’impotenza ferisce. Ma sto comprendendo che la santità non consiste nel non provare fatica. Consiste nel consegnare la fatica a Dio e ricominciare ad amare.

Mia mamma, nella sua fragilità, sta diventando per me una scuola spirituale e missionaria.

Mi insegna a rallentare, a non controllare tutto, a distinguere ciò che è urgente da ciò che può attendere. Forse penso di essere io a prendermi cura di lei. In realtà, attraverso di lei, il Signore sta purificando anche me.


5. La missione più difficile è rimanere

Partire per una missione può essere entusiasmante.

Rimanere accanto alla sofferenza è più difficile.

Davanti alla malattia non possiamo sempre risolvere, guarire o cambiare le cose. Possiamo soltanto esserci.

Penso a Maria ai piedi della croce con Giovanni e Maria Maddalena.

Non poteva fermare la Passione né togliere i chiodi dalle mani di Gesù. Ma rimase.

La sua presenza non cancellò il dolore, ma disse al Figlio che non era solo.

Sto comprendendo che anche la mia missione, oggi, può consistere nel rimanere accanto a mia mamma, anche quando è confusa, ha paura o non comprende ciò che cerco di spiegarle.

La missione non è sempre andare. A volte la missione è non fuggire.


6. «Ero malato e mi avete visitato»

Gesù non ha detto: “Ero malato e mi avete guarito”.

Ha detto:

«Ero malato e mi avete visitato» (Mt 25,36).

Questa parola mi consola. Non sempre posso guarire o risolvere con una mentalità mondana che vuole risultati e combatte demoni ad ogni istante. Ma posso visitare, ascoltare, accompagnare e restare. Lo vedo anche all'ospedale.

La stanza di una persona malata può diventare una cappella.

Una medicina preparata con amore può diventare una liturgia nascosta.

Una notte difficile può trasformarsi in una preghiera.

Come sacerdote, ogni giorno pronuncio sull’altare le parole di Gesù:

«Questo è il mio corpo, offerto per voi».

Ma queste parole devono diventare anche uno stile di vita.

Offrire il proprio corpo significa anche offrire il tempo, le energie, i programmi e la libertà per amore di chi ci è affidato.


7. Accettare di non essere indispensabile

La fragilità di mia mamma mi sta insegnando anche a non considerarmi indispensabile. Come missionario questo é necessario. Quando molte persone ci cercano e abbiamo numerose responsabilità, possiamo pensare che tutto dipenda da noi.

Ma la Chiesa non è nostra.

La missione non è nostra.

Le persone non appartengono a noi.

Appartengono a Cristo !!!

Posso seminare, accompagnare e servire, ma la crescita viene da Dio. Accettare di non essere indispensabile non significa essere irresponsabile. Significa servire con libertà e fidarsi maggiormente della grazia.


8. Emmaus COM è una responsabilità condivisa

Questa situazione mi aiuta anche a guardare con maggiore verità alla realtà di Emmaus COM.

Emmaus COM, come ho sempre detto, non è il ministero di Padre Baldo Alagna. Non può dipendere unicamente dalla mia presenza, dalle mie energie o dalla mia capacità di organizzare.

È una rete fraterna e missionaria che conta sui suoi partner in missione, sui discepoli, sugli aspiranti e sui doni che lo Spirito Santo ha posto in ciascuno.

Anche Laurent Grosjean, vicepresidente di Emmaus COM, sta vivendo un problema di salute che, pur non essendo grave, gli richiederà probabilmente di fermarsi per un po.

È dunque un momento delicato ma che dice anche apertura e corresponsabilità..

Ma è proprio in questi momenti che può manifestarsi più chiaramente la mano di Dio.

Quando alcune persone di riferimento sono costrette a rallentare, gli altri sono chiamati ad alzarsi.

Quando non possiamo seguire personalmente ogni cosa, dobbiamo imparare a delegare, affidare responsabilità e credere nei carismi dei fratelli e delle sorelle.

Delegare non significa disinteressarsi.

Significa riconoscere che i partner in missione non sono semplicemente persone che aiutano Padre Baldo, ma protagonisti responsabili dell’opera che Dio ci ha affidato insieme.

La missione diventa adulta quando non dipende da una sola persona, ma da un corpo nel quale ciascuno offre il proprio dono.

Forse il Signore sta usando questa situazione per rendere Emmaus COM più matura, più corresponsabile e più dipendente dallo Spirito Santo.

La missione non si ferma perché Padre Baldo e Laurent devono rallentare.

Forse, proprio attraverso questo momento, Dio sta chiedendo a tutta la fraternità di mettersi più profondamente in cammino.


9. L’amore non può essere rimandato

Una masterclass può essere rinviata.

Un viaggio può essere riprogrammato.

Un incontro può essere organizzato in un altro momento.

L’amore, invece, non può essere rimandato.

Non so quanto tempo potrò ancora vivere accanto a mia mamma né ciò che il futuro ci riserva. So però che questo tempo mi viene affidato come un dono, anche se è attraversato dal dolore.

Forse potrei rimpiangere per un momento un evento annullato. Ma rimpiangerei molto di più non essere rimasto accanto a lei quando aveva bisogno di me.

La missione comincia sempre dall’amore concreto verso la persona che Dio mette oggi davanti a noi.


10. Quello che sto imparando

Questa esperienza sta cambiando il mio modo di comprendere la missione e la santità. Sto imparando che il missionario deve saper partire, ma anche fermarsi.

Deve saper parlare, ma anche tacere.

Deve saper guidare, ma anche lasciarsi aiutare.

Deve stare davanti alle folle, ma anche davanti a una sola persona.

Sto comprendendo anche che la santità non significa avere sempre forza, serenità e risposte. Significa permettere a Dio di trasformare la fatica in offerta, l’impazienza in conversione e la paura in affidamento.

Non posso salvare le persone che amo. Posso amarle, accompagnarle e affidarle al Signore.


11. Fermarsi per entrare nel cuore della missione

Oggi non posso dire di avere compreso tutto. Vedere una persona amata indebolirsi è una ferita che non può essere spiegata con semplici formule spirituali.

Ma dentro questa prova sto ricevendo una luce.

Oggi la mia missione è anche mia mamma.

È servirla, rispettarla, rassicurarla e accompagnarla.

Ed è anche imparare a fidarmi dei partner in missione, permettendo loro di crescere nella responsabilità e nella corresponsabilità.

La risposta alla domanda iniziale, allora, è sì.

Ci si può fermare nella missione per vivere di più la missione.

Ci si può fermare per ritrovare l’essenziale.

Ci si può fermare per imparare ad amare.

Ci si può fermare per permettere agli altri di assumere il proprio posto.

Ci si può fermare per comprendere che la santità non consiste nel fare sempre di più, ma nell’appartenere sempre di più a Cristo.

È un momento delicato, che mi sta facendo scoprire la presenza fraterna ed è proprio nei momenti delicati che si vede la mano di Dio.

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