Rinnovare la mente, riaccendere la missione
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Otto conversioni dell’intelligenza e del cuore
per una Chiesa più umile, libera e missionaria

«Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto». (Romani 12,2)
La lettura del libro di Adam M. Grant, Pensaci ancora. Il potere di sapere quello che non sai, mi ha profondamente interrogato. L’autore invita a rimettere in discussione le proprie convinzioni,, le proprie credenze, a riconoscere i limiti di ciò che sappiamo, ad ascoltare prospettive differenti e a considerare l’errore come una possibilità di crescita.
Queste intuizioni possono aiutare anche i discepoli missionari, purché siano illuminate dal Vangelo.
Per un cristiano, infatti, ripensare non significa relativizzare la verità rivelata o adattare il Vangelo alle mode del momento. Significa permettere alla Verità, che è Gesù Cristo, di mettere in discussione noi: i nostri giudizi, le interpretazioni, gli stili relazionali e i metodi pastorali.
Il Vangelo non deve convertirsi al mondo: siamo noi che dobbiamo lasciarci convertire dal Vangelo.
Cristo rimane lo stesso, ma devono essere continuamente discerniti i linguaggi, i metodi e le strutture attraverso cui lo annunciamo.
«La pastorale in chiave missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del “si è fatto sempre così”». (Evangelii gaudium, 33)
Alla luce degli otto punti proposti da Grant, possiamo riconoscere otto conversioni dell’intelligenza e del cuore necessarie alla Chiesa missionaria di oggi.
1. Dalla presunzione di sapere alla disponibilità a discernere
Coltivare la mente del discepolo
Il discepolo non è colui che ha già compreso tutto, ma colui che rimane per tutta la vita alla scuola del Maestro.
«Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono». (1Tessalonicesi 5,21)
Dobbiamo distinguere la certezza della fede dall’assolutizzazione delle nostre idee. La Parola di Dio è vera, ma la nostra comprensione può essere parziale. Il Vangelo non sbaglia, ma noi possiamo interpretare male una situazione o una persona.
Questo vale anche nell’esperienza carismatica. Una parola profetica, un’immagine ricevuta durante la preghiera o una mozione interiore devono essere accolte con gratitudine, ma anche sottoposte a discernimento. Possono intervenire le nostre emozioni, le ferite, le paure, i desideri e il bisogno di riconoscimento.
Chi esercita un carisma non dovrebbe dire: «Dio mi ha detto, quindi non potete discutere», ma piuttosto: «Mi sembra che il Signore possa suggerire questo; preghiamo e discerniamo insieme».
Dire «non lo so», «potrei essermi sbagliato» o «devo pregare ancora» non è debolezza. È l’inizio della sapienza.
Il discernimento cristiano non è uno scetticismo permanente: il suo criterio rimane il Vangelo, accolto nella Tradizione viva, nel Magistero e nella comunione della Chiesa.
PER RIFLETTERE: quando qualcuno mette in discussione una mia idea, mi sento minacciato oppure riconosco una possibilità di crescita?
2. Dal pensiero binario al discernimento delle sfumature
Distinguere senza dividere
La nostra società tende a dividere tutto in categorie opposte: conservatori o progressisti, spirituali o razionali, carismatici o istituzionali, contemplativi o missionari.
Ma il cristianesimo vive spesso nella fecondità della congiunzione “e”:
verità e carità;
preghiera e azione;
carisma e istituzione;
libertà e obbedienza;
identità e dialogo;
annuncio e ascolto;
giustizia e misericordia.
Superare il pensiero binario non significa negare la differenza tra il bene e il male. Il discernimento delle sfumature non è relativismo. Significa riconoscere che le persone e le situazioni sono spesso più complesse dei nostri giudizi immediati.
Gesù vede Zaccheo oltre la sua disonestà, Pietro oltre il suo rinnegamento, la Samaritana oltre la sua situazione e Paolo oltre la sua violenza. Chiama il peccato con il suo nome, ma non identifica mai il peccatore con il suo peccato.
La Fratelli tutti ci invita a rispettare il punto di vista dell’altro e a riconoscere che può contenere convinzioni o interessi legittimi, anche quando non possiamo condividerlo pienamente.
Ascoltare la parte di verità presente nelle parole dell’altro non significa tradire la fede. Significa credere che la verità non ha paura del confronto.
PER RIFLETTERE: sto cercando la verità oppure sto semplicemente classificando le persone come alleate o avversarie?
3. Dall’insicurezza all’umiltà fiduciosa
Vivere una parresia in ginocchio
L’umiltà cristiana non consiste nel ripetere: «Non sono capace, non valgo nulla, non posso fare niente». A volte quella che chiamiamo umiltà è soltanto paura di rischiare.
«Tutto posso in colui che mi dà la forza». (Filippesi 4,13)
Il discepolo missionario è umile perché sa che tutto viene dalla grazia, ma è anche fiducioso perché crede che Dio possa operare attraverso la sua povertà.
Portiamo un tesoro in vasi di creta (cfr. 2Cor 4,7). Il vaso non deve fingere di essere il tesoro, ma non deve neppure rifiutarsi di portarlo.
Questa è la parresia in ginocchio: l’audacia di annunciare, pregare, servire ed esercitare i carismi, sapendo che l’opera appartiene al Signore.
Chi vive l’umiltà fiduciosa:
riconosce i propri doni senza vantarsene;
riconosce i propri limiti senza disperarsi;
accoglie le correzioni;
valorizza i doni degli altri;
agisce con coraggio;
rimane disposto a cambiare strada.
Le nostre imperfezioni non devono diventare una scusa per sottrarci alla missione: la missione stessa ci spinge a crescere e uscire dalla mediocrità.
PER RIFLETTERE: la mia fiducia nasce dalle mie capacità e dal consenso degli altri oppure dalla fedeltà di Dio?
4. Dal conflitto distruttivo al confronto che genera comunione
Cercare insieme la volontà di Dio
Anche la Chiesa delle origini ha attraversato profonde divergenze. Nel capitolo 15 degli Atti degli Apostoli, la comunità affronta la questione dell’accoglienza dei cristiani provenienti dal paganesimo.
Gli apostoli non nascondono il problema. Si riuniscono, ascoltano testimonianze differenti, discutono, pregano e cercano insieme la volontà di Dio.
«È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi». (Atti 15,28)
Questa espressione mostra il cuore del discernimento ecclesiale: né soltanto “noi”, con le nostre strategie umane, né uno “Spirito Santo” invocato per evitare il confronto.
Il conflitto diventa distruttivo quando diciamo:
«Tu sei il problema»,
«Chi non pensa come me è contro di me»,
«Devo dimostrare che ho ragione».
Diventa costruttivo quando domandiamo:
«Quale bene stai cercando di custodire?»,
«Che cosa non ho compreso?»,
«Che cosa sta chiedendo lo Spirito Santo alla nostra comunità?».
Affermare che l’unità prevale sul conflitto non significa nascondere i problemi, ma attraversarli senza distruggere la fraternità.
PER RIFLETTERE: nel conflitto desidero cercare la volontà di Dio oppure vincere sull’altro?
5. Dal desiderio di convincere all’ascolto che accompagna
Evangelizzare senza manipolare
Spesso offriamo risposte prima di avere compreso le domande. Correggiamo le conclusioni di una persona senza conoscere le ferite, le paure e le esperienze che le hanno generate. Sulla strada di Emmaus, Gesù mostra un altro stile. Si avvicina, cammina con i discepoli e domanda:
«Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». (Luca 24,17)
Gesù conosce già ciò che è accaduto, ma permette loro di raccontare la propria versione dei fatti. Ascolta la delusione, illumina gli avvenimenti attraverso le Scritture e infine si rivela nello spezzare il pane. Ecco lo stile missionario di Emmaus:
avvicinarsi senza invadere;
camminare al passo dell’altro;
domandare senza interrogare;
ascoltare la sua storia;
illuminare la vita con la Parola;
condurre all’incontro con Cristo;
rispettare la libertà della persona.
Il dialogo non sostituisce l’annuncio, ma lo rende incarnato e capace di raggiungere il cuore.
Non siamo noi a convertire le persone. È lo Spirito Santo che tocca i cuori. A noi è chiesto di essere testimoni credibili e compagni di cammino.
PER RIFLETTERE: ascolto l’altro per comprenderlo oppure soltanto per preparare la mia risposta?
6. Dall’identità chiusa all’identità missionaria
Essere radicati senza rimanere immobili
La nostra identità cristiana nasce dal Battesimo: siamo figli nel Figlio, membra del Corpo di Cristo, templi dello Spirito Santo e inviati nel mondo.
Questa identità profonda non cambia, ma possono cambiare le forme attraverso cui viviamo la missione. Dio può chiederci di lasciare un ruolo, modificare un progetto, imparare un nuovo linguaggio o collaborare con persone differenti.
Talvolta ci identifichiamo eccessivamente con una funzione: responsabile, fondatore, predicatore, catechista, intercessore o profeta. Quando quel ruolo viene modificato, ci sembra di perdere noi stessi.
Ma io non sono il mio incarico. Non sono il mio successo, il mio fallimento, il mio gruppo o il giudizio degli altri. Sono un figlio amato, un discepolo chiamato e un missionario inviato.
Un’identità chiusa dice: «Sono fatto così e non cambierò mai».
Un’identità missionaria dice: «Appartengo a Cristo e sono disponibile a ciò che Egli vorrà fare di me».
Essere radicati non significa essere immobili. Soltanto un albero ben radicato può crescere, affrontare il vento e produrre frutti nuovi.
PER RIFLETTERE: quale ruolo, abitudine o progetto sto difendendo come se fosse la mia vera identità?
7. Dalla cultura della paura alla comunità che impara
Unire fiducia, verità e responsabilità
Una comunità missionaria dovrebbe essere un luogo nel quale le persone possano porre domande, ammettere errori, esprimere preoccupazioni e proporre idee senza paura di essere umiliate o escluse.
Questa sicurezza relazionale non significa abbassare le esigenze del Vangelo o rinunciare all’autorità. Significa esercitare l’autorità nello stile di Gesù, unendo verità, responsabilità, misericordia e protezione dei più fragili.
In una comunità matura è possibile dire:
«Ho sbagliato»;
«Non avevo compreso»;
«Dobbiamo verificare i frutti»;
«Questa persona deve essere ascoltata»;
«Possiamo imparare da ciò che è accaduto».
Chi guida non perde autorevolezza riconoscendo un errore. Mostra, al contrario, che l’autorità cristiana è servizio, non dominio.
Il Documento finale del Sinodo invita la Chiesa a sviluppare una cultura della trasparenza, della responsabilità e della valutazione. Valutare non significa giudicare il valore delle persone, ma imparare dall’esperienza e verificare se le nostre scelte servono veramente la missione.
Una comunità che non può parlare dei propri errori è condannata a ripeterli. Una comunità che li porta nella luce può essere guarita e rinnovata.
PER RIFLETTERE: le persone che camminano con me possono parlarmi sinceramente oppure temono le mie reazioni?
8. Dalla ricerca del successo alla fecondità evangelica
Non misurare la missione soltanto con i numeri
Anche nella Chiesa possiamo misurare il successo attraverso il numero dei partecipanti, le visualizzazioni sui social, gli eventi, le guarigioni o i nuovi membri.
I risultati devono essere osservati e valutati, ma il Regno di Dio non può essere misurato soltanto con criteri quantitativi.
Una sala piena non dimostra automaticamente che lo Spirito Santo stia agendo. Una sala poco frequentata non significa necessariamente che la missione abbia fallito.
Gesù ha conosciuto l’abbandono delle folle, il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro e l’apparente fallimento della Croce. Eppure proprio la Croce è diventata il luogo della fecondità più grande.
«Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere». (1Corinzi 3,6)
Il successo evangelico non consiste soltanto nell’ottenere ciò che avevamo programmato, ma nel rimanere fedeli alla missione ricevuta. Dobbiamo seminare bene, lavorare con competenza e verificare i frutti, ma la crescita appartiene a Dio.
«La vita cresce e matura nella misura in cui la doniamo per la vita degli altri». (Evangelii gaudium, 10)
A volte il frutto più importante rimane nascosto: una persona che ritrova la speranza, una ferita che comincia a guarire, una famiglia che torna a pregare, un giovane che si apre alla chiamata di Dio o un povero che si sente finalmente guardato come un fratello.
PER RIFLETTERE: considero feconda soltanto una missione che produce risultati visibili oppure so riconoscere l’opera nascosta di Dio?
Conclusione
Lasciarsi rinnovare dallo Spirito Santo
Il discepolo missionario non cambia convinzione a ogni vento. È radicato in Cristo e, proprio per questo, sempre disponibile alla conversione.
Non mette in discussione il deposito della fede, ma permette alla fede di mettere in discussione il proprio ego. Non relativizza la verità, ma riconosce che nessuno la possiede come un oggetto: è Cristo, la Verità vivente, che ci precede e ci conduce.
Rinnovare la mente significa:
distinguere la fede dalle opinioni personali;
verificare le convinzioni alla luce della Parola di Dio;
discernere i carismi nella comunione ecclesiale;
ascoltare prima di rispondere;
attraversare i conflitti senza distruggere la fraternità;
accettare la correzione;
valutare i frutti delle proprie scelte;
misurare il successo secondo la logica della Croce;
rimanere disponibili alla novità dello Spirito Santo.
La domanda decisiva non è soltanto: «Che cosa devo ripensare?»
La domanda del discepolo è: «Signore, che cosa vuoi convertire nel mio modo di pensare, giudicare, ascoltare e servire, perché io possa annunciare meglio il tuo Vangelo?»
La chiesa missionaria non ha bisogno di cristiani convinti di sapere già tutto. Ha bisogno di uomini e donne innamorati della Verità, docili allo Spirito, radicati nella comunione ecclesiale e abbastanza umili da continuare a imparare.
Solo chi si lascia trasformare può diventare strumento di trasformazione.
Solo chi continua ad ascoltare può annunciare una Parola capace di farsi ascoltare.
Solo chi accetta di essere nuovamente evangelizzato può diventare un autentico evangelizzatore.
Due nuove Masterclass per continuare il cammino
Questa riflessione non terminerà con l’articolo. EMMAUS COM proporrà prossimamente due nuove Masterclass complementari:
una Masterclass dedicata alla Costruzione della visione, per imparare a riconoscere l’orizzonte verso cui Dio ci chiama e trasformare un’ispirazione in un cammino missionario concreto;
una Masterclass dedicata all’intelligenza spirituale e il discernimento, per discernere meglio la presenza e l’azione di Dio, comprendere i movimenti interiori e prendere decisioni illuminate dallo Spirito Santo.
Rinnovare la nostra intelligenza significa imparare a vedere con lo sguardo di Dio e ad agire secondo le ispirazioni del suo Spirito.
Continuate a seguirci per conoscere prossimamente le date, i contenuti e le modalità d’iscrizione a questi due nuovi percorsi di formazione.
Rinnovare la mente non significa spegnere il fuoco della missione, ma liberarlo da tutto ciò che lo soffoca: l’orgoglio, la paura, la rigidità, l’autoreferenzialità e il bisogno di avere sempre ragione.
Allora lo Spirito Santo potrà riaccendere in noi una missione più umile, più libera, più fraterna e più feconda: una missione che non porta noi stessi, ma Gesù Cristo; che non cerca ammiratori, ma genera discepoli; che non conquista spazi, ma apre strade affinché ogni persona possa incontrare la misericordia del Padre.
