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WORSHIP: Quando tutta la vita diventa adorazione

  • 18 ore fa
  • Tempo di lettura: 10 min

La liturgia è fonte e culmine, ma l’adorazione non può rimanere confinata dentro una chiesa

Quando sentiamo pronunciare la parola inglese Worship, soprattutto negli ambienti carismatici internazionali, pensiamo quasi subito a un momento di preghiera accompagnato dalla musica: un canto, le mani alzate, un tempo di lode, un silenzio profondo, una comunità che si rivolge al Signore.

E tutto questo può certamente essere worship.

Ma il rischio è ridurre l’adorazione a un momento.

Oppure, al contrario, in parrocchia alcuni possono pensare che la parola adorazione possa essere usata soltanto all’interno della liturgia.

In alcuni ambienti cattolici si sente dire: «L’adorazione appartiene alla liturgia.»

Oppure: «Non bisogna chiamare adorazione un semplice tempo di lode.»

La questione, però, forse è posta male. Perché nessuno dovrebbe contrapporre la liturgia alla worship. La vera domanda è un’altra:

L’adorazione di Dio finisce quando termina la celebrazione liturgica?

La risposta della Scrittura è chiarissima: NO!


Come afferma il Magistero della Chiesa "la liturgia è fonte e culmine" dell’adorazione della Chiesa, ma l’adorazione è chiamata a permeare tutta la nostra esistenza. E per noi che viviamo una vocazione missionaria c’è un ulteriore passo da compiere: anche la missione deve diventare WOSHIP !


1. SAN PAOLO: “OFFRITE I VOSTRI CORPI”

Una riflessione della teologa americana Mary Healy mi ha particolarmente colpito.

A proposito dell’uso della parola worship al di fuori del contesto strettamente liturgico, ella richiama san Paolo:

«Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale.» (Romani 12,1)

È un testo straordinario. San Paolo non dice: «Offrite a Dio qualche momento religioso.» Dice: «Offrite i vostri corpi.» Cioè offrite voi stessi. :

  • La vostra vita.

  • Il vostro tempo.

  • Le vostre relazioni.

  • Il vostro lavoro.

  • La vostra intelligenza.

  • La vostra affettività.

  • La vostra fatica.

  • Le vostre ferite.

  • I vostri talenti.

  • La vostra libertà.

  • I vostri progetti.

  • La vostra missione.

Tutto può diventare sacrificio vivente. E questo significa che l’adorazione non è soltanto qualcosa che facciamo. È qualcosa che progressivamente diventiamo.


2. WORSHIP NON SIGNIFICA SOLTANTO CANTARE

Quando diciamo: «Facciamo un tempo di worship» non dovremmo intendere semplicemente: «Adesso cantiamo qualche canto più lento.» La musica può aiutare l’adorazione. Il canto può esprimerla. Gli strumenti possono sostenerla. Alzare le mani può essere un gesto di adorazione. Il silenzio può diventare adorazione.


Ma la worship è molto più profonda di tutto quello che porta e aiuta alla worship.

Perché la musica termina. Il canto finisce. L’offerta della vita continua.

Posso cantare: «Gesù, Ti dono tutto.» E dieci minuti dopo continuare a difendere gelosamente la mia volontà. In quel caso le mie labbra hanno cantato worship, ma la mia vita non è ancora diventata worship.


3. IL PADRE CERCA ADORATORI

Quando Gesù incontra la donna samaritana, il dialogo arriva proprio sul tema dell’adorazione. La donna gli pone una domanda sul luogo: "dove bisogna adorare?" Sul monte Garizim? A Gerusalemme? Gesù porta la questione molto più in profondità:

«Viene l’ora — ed è questa — in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano(Giovanni 4,23)

È interessante. Gesù non parla soltanto di adorazione. Parla di adoratori. Il Padre cerca persone. Cuori. Vite. Uomini e donne nei quali l’adorazione non sia semplicemente un gesto religioso, ma diventi una maniera di esistere.

Dio non cerca soltanto momenti di worship, adorazione.

Dio cerca worshippers, adoratori!


4. LA LITURGIA È IL CULMINE, NON IL CONFINE

Dire che tutta la vita può diventare worship non significa affatto diminuire il valore della liturgia. È esattamente il contrario. La liturgia ci insegna che cosa tutta la nostra vita è chiamata a diventare. Il Concilio Vaticano II ci ricorda che la liturgia è:

«Il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua energiaSacrosanctum Concilium, 10

Queste due parole sono decisive: culmine e fonte. Un culmine è qualcosa verso cui si sale. Una fonte è qualcosa da cui qualcosa scaturisce. La liturgia quindi non è una parentesi sacra separata dalla vita. È il luogo nel quale la vita viene raccolta, offerta, trasformata e nuovamente inviata nel mondo. Potremmo immaginarlo così:

VITA → ALTARE → CRISTO → VITA

Porto la mia vita all’altare. Cristo la assume. Lo Spirito Santo la trasforma. E io ritorno nella vita quotidiana per vivere ciò che ho celebrato. La Messa non restringe la worship.

La Messa insegna a tutta la mia esistenza a diventare worship.


5. ALL’ALTARE PORTO TUTTA LA MIA SETTIMANA

Quando partecipiamo alla Messa non dovremmo portare sull’altare soltanto il pane e il vino. Spiritualmente dovremmo portare tutta la nostra vita:

  • Il lavoro.

  • La famiglia.

  • Le persone incontrate.

  • Le difficoltà.

  • Le delusioni.

  • Le guarigioni viste.

  • Le guarigioni non ancora avvenute.

  • Le persone per le quali abbiamo pregato.

  • Le relazioni che ci fanno soffrire.

  • La missione.

  • I successi.

  • Gli insuccessi.

  • La stanchezza.

  • Perfino ciò che non comprendiamo.

Tutto può essere deposto sull’altare.

Non perché la nostra vita abbia valore separatamente da Cristo. Ma perché, unita a Cristo, può diventare offerta. È qui che comprendiamo meglio Romani 12. Il sacrificio dell'offerta è worship, non è soltanto qualcosa che celebriamo. È qualcosa che siamo chiamati a diventare.


6. LA MESSA DEVE CONTINUARE NELLA VITA

È possibile partecipare alla Messa e non permettere alla Messa di trasformare la nostra vita. È possibile adorare Gesù nel Santissimo Sacramento e poi rifiutarsi di perdonare. È possibile cantare: «Ti appartengo.» E poi vivere come se appartenessimo soltanto a noi stessi.

È possibile alzare le mani verso il cielo e tenerle chiuse davanti al bisogno di un fratello. Qualcosa, allora, non torna.

Non perché la liturgia non sia autentica. Ma perché la liturgia chiede di diventare vita.

Gesù nell’Eucaristia dice:

«Questo è il mio corpo, offerto per voi

E il discepolo, progressivamente, impara a dire:

«Signore, anche la mia vita voglio che diventi dono.»

Questo è worship.


7. L’OBBEDIENZA È UNA FORMA DI WORSHIP

Possiamo vivere momenti intensissimi di preghiera e mantenere comunque alcune stanze della nostra vita chiuse a Dio.

Possiamo dire: «Gesù, prendi tutto.» E contemporaneamente pensare: «Tranne questo.»

La vera worship, prima o poi, trasforma la volontà.

La Beata Vergine Maria adora con il suo:«Eccomi.»

Il patriarca Abramo adora fidandosi di Dio.

San Giuseppe adora cambiando i suoi programmi.

San Pietro adora lasciando le reti.

Gesù adora il Padre dicendo:

«Non sia fatta la mia, ma la tua volontà(Luca 22,42)

Per questo l’obbedienza è profondamente legata all’adorazione.

Adorare significa anche dire:

«Padre, Tu sei degno della mia fiducia

Anche quando non comprendo.Anche quando mi costa.Anche quando avrei scelto diversamente.


8. ANCHE LE COSE ORDINARIE POSSONO DIVENTARE WORSHIP

San Paolo scrive:

«Sia dunque che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio(1 Corinzi 10,31)

Questo cambia completamente il nostro modo di guardare la vita:

  • Preparare un pasto può diventare worship.

  • Accudire una persona anziana può diventare worship.

  • Lavorare bene può diventare worship.

  • Studiare può diventare worship.

  • Educare un figlio può diventare worship.

  • Ascoltare una persona ferita può diventare worship.

  • Perdonare può diventare worship.

  • Rinunciare a una parola aggressiva può diventare worship.

  • Servire qualcuno senza essere riconosciuti può diventare worship.

  • Perfino riposare, quando smetto di considerarmi indispensabile, può diventare un atto di fiducia.

La WORSHIP inizia quando smetto di vivere tutto per me stesso e comincio a vivere tutto davanti a Dio.


9. ANCHE LA MISSIONE DEVE DIVENTARE WORSHIP

E qui arriviamo a un punto decisivo per noi di Emmaus COM e per ogni Partner in Missione. Non basta dire: tutta la vita deve diventare worship. Dobbiamo aggiungere:

ANCHE LA MISSIONE DEVE DIVENTARE WORSHIP.

Perché è possibile fare molte cose per Dio senza che tutto ciò che facciamo sia realmente offerto a Dio.:

  • Possiamo evangelizzare.

  • Predicare.

  • Profetizzare.

  • Pregare per i malati.

  • Organizzare meeting.

  • Viaggiare.

  • Formare persone.

  • Aprire gruppi.

  • Preparare scuole.

  • Annunciare il Vangelo.

  • Lavorare moltissimo per il Regno.

E, lentamente, quasi senza accorgercene, la missione può cominciare a girare attorno a noi:

  • Attorno ai nostri risultati.

  • Alla nostra immagine.

  • Alla nostra efficacia.

  • Al bisogno di riconoscimento.

  • Alla paura di fallire.

  • Alla necessità che gli altri riconoscano il nostro ministero.

Ed è proprio qui che la worship deve entrare nella missione. Per purificarla. Per rimettere tutto al posto giusto. Per ricordarmi:

  • La missione non è mia.

  • Le persone non sono mie.

  • I carismi non sono miei.

  • I risultati non sono miei.

  • Il ministero non è mio.

  • Tutto appartiene a Gesù.

  • E anch’io appartengo a Lui.


10. PRIMA STARE CON LUI, POI ESSERE INVIATI

Nel Vangelo di Marco troviamo un dettaglio fondamentale:

«Ne costituì Dodici — che chiamò apostoli — perché stessero con lui e per mandarli a predicare(Marco 3,14)

L’ordine è importante. Prima: «perché stessero con Lui.» Poi: «per mandarli.»

Prima la presenza. Poi la missione.

Prima l’adoratore. Poi il missionario.

Prima stare CON Gesù. Poi andare PER Gesù.

Quando invertiamo quest’ordine, anche le cose più belle possono diventare pesanti.

  • La missione diventa attivismo.

  • Il servizio diventa prestazione.

  • LA carità diventa perfezionismo

  • Il carisma diventa identità.

  • Il ministero diventa bisogno di riconoscimento.

  • La leadership diventa controllo.

La worship invece ci riporta alla sorgente: Gesù prima della missione.


11. NON SOLO FARE LA MISSIONE: OFFRIRLA

C’è una differenza enorme tra fare qualcosa per Dio e offrire qualcosa a Dio.

Non predico soltanto. Offro la mia predicazione.

Non evangelizzo soltanto. Offro la mia evangelizzazione.

Non prego soltanto per un malato.Offro a Gesù quel momento di preghiera.

Non esercito soltanto un carisma. Riconsegno al Signore il dono che Lui stesso mi ha dato.

La domanda allora cambia. Non è più soltanto: «Signore, benedici quello che sto facendo.» Ma:

«Signore, quello che sto facendo appartiene a Te.»

Questo è il momento nel quale la missione comincia a diventare worship.


12. LA LIBERAZIONE DALL’OSSESSIONE DEI RISULTATI

Uno dei pericoli più sottili nella missione è cominciare a misurare tutto:

  • Quante persone sono venute?

  • Quante hanno risposto?

  • Quante sono guarite?

  • Quanti iscritti?

  • Quante visualizzazioni?

  • Quanti nuovi membri?

  • Quante conversioni?

Naturalmente è giusto verificare i frutti. Ma c’è una differenza tra discernere i frutti e diventare dipendenti dai risultati. San Paolo scrive:

«Né chi pianta né chi irriga vale qualcosa, ma solo Dio, che fa crescere(1 Corinzi 3,7)

La worship mi ricorda:

Il risultato appartiene a Dio. La fedeltà appartiene a me.

Posso desiderare grandi frutti senza trasformarli nella misura del mio valore. Posso gioire quando Dio opera. E posso continuare a servirlo anche quando apparentemente vedo poco.

La worship permette al missionario di essere appassionato senza diventare schiavo del successo.


13. DA ADORATORI A MISSIONARI, E DA MISSIONARI AD ADORATORI

La missione cristiana ha un movimento bellissimo.

  • Partiamo dalla presenza di Dio.

  • Usciamo verso il mondo.

  • Poi ritorniamo alla presenza di Dio portando ciò che abbiamo vissuto.

È quasi un respiro:

ADORAZIONE → MISSIONE → ADORAZIONE

Ricevo. Vengo inviato. Servo. Annuncio. Prego. Soffro. Vedo frutti. Attraverso anche fallimenti. E poi ritorno davanti al Signore dicendo:

«Tutto viene da Te e tutto ritorna a Te.»

Questo impedisce perfino alla missione di diventare un idolo. Perché anche una realtà santa può occupare il posto di Dio. Anche la famiglia. Anche il ministero. Anche la comunità. Anche un progetto apostolico.

La worship mi riporta continuamente all’essenziale:

Gesù non è al servizio della mia missione.

La missione è al servizio di Gesù.


14. LA WORSHIP CAMBIA IL NOSTRO CENTRO

C’è un’esperienza che molti di noi conoscono. Entriamo nella preghiera con un problema enorme. Una malattia. Una crisi. Una paura. Una relazione difficile. Una situazione che sembra impossibile.

Cominciamo a lodare.

Magari il problema non cambia immediatamente. La diagnosi è la stessa. La difficoltà è ancora lì. La situazione non si è magicamente risolta.

Ma qualcosa è cambiato: È cambiato il centro.

Prima guardavo la montagna del Signore. Ora guardo il Signore della montagna.

La worship non nega la realtà.

Non significa fingere che tutto vada bene. Significa riconoscere che il problema non è la realtà più grande presente nella mia vita. Dio è più grande.

La worship non serve a manipolare Dio.

Serve a riallineare il nostro cuore con Dio.


15. NON ADORIAMO DIO SOLTANTO QUANDO SENTIAMO QUALCOSA

All’inizio possiamo facilmente associare la worship alle emozioni:

  • Ho sentito una forte presenza.

  • Mi sono commosso.

  • Ho pianto.

  • Ho avuto pace.

  • Ho percepito lo Spirito Santo.

Tutto questo può essere un dono bellissimo. Ma la maturità arriva quando comprendiamo:

Dio non è degno di lode perché io sento qualcosa.

Dio è degno perché è Dio.

Ti adoro quando sento la Tua presenza.

Ma Ti adoro anche quando non sento nulla.

Ti adoro quando vedo una guarigione.

Ma Ti adoro anche mentre continuo a pregare.

Ti adoro quando la missione porta frutto.

Ma Ti adoro anche quando attraversa una crisi.

Ti adoro quando comprendo.

Ma Ti adoro anche quando devo semplicemente fidarmi.

Questa è worship matura.


CONCLUSIONE

Che i Partner in missione diventino Partner in Worship

Per noi di Emmaus COM, credo che questa consapevolezza sia fondamentale.

Non vogliamo formare semplicemente persone capaci di fare molte cose per Dio.

Vogliamo diventare uomini e donne che appartengono a Dio.

Perché possiamo avere missione senza worship e diventare attivisti.

Possiamo avere carismi senza worship e cercare inconsapevolmente noi stessi.

Possiamo avere profezia senza worship e innamorarci più delle rivelazioni che del Dio che rivela.

Possiamo avere guarigione senza worship e diventare ossessionati dai risultati.

Possiamo avere leadership senza worship e cominciare a controllare.

Possiamo avere molti progetti e perdere il cuore.

Per questo credo che essere Partner in Missione debba significare anche diventare: PARTNER IN WORSHIP:

  • La mia preghiera è worship.

  • Il mio servizio è worship.

  • Il mio lavoro è worship.

  • Il mio tempo è worship.

  • I miei carismi sono worship.

  • La mia offerta è worship.

  • Il mio viaggio missionario è worship.

  • La mia fatica è worship.

  • La mia obbedienza è worship.

  • La mia evangelizzazione è worship.

La mia missione è worship.

Perché alla fine non vogliamo arrivare davanti al Signore dicendo:

«Guarda quante cose abbiamo fatto per Te.»

Vogliamo poter dire:

«Gesù, abbiamo cercato di fare tutto con Te, per Te e in Te.»

La missione nasce dall’adorazione. La missione viene sostenuta dall’adorazione.

E alla fine:

ANCHE LA MISSIONE DEVE DIVENTARE ADORAZIONE.

Qualche domanda per mettere in pratica :

  1. La mia adorazione termina quando termina il canto?

  2. Quale parte della mia vita non ho ancora realmente consegnato a Dio?

  3. Sto vivendo la missione come un’offerta o come una prestazione?

  4. I risultati della missione influenzano troppo il mio valore personale?

  5. Quando esercito un carisma, chi cresce: Gesù o la mia immagine?

  6. La mia partecipazione all’Eucaristia trasforma concretamente il modo in cui vivo?

  7. Riesco a stare con Gesù anche quando non devo preparare niente, organizzare niente o chiedere niente?

  8. Quale gesto concreto potrebbe diventare oggi il mio sacrificio vivente?

  9. La mia missione mi conduce più vicino a Gesù oppure qualche volta mi distrae da Lui?

  10. Posso dire sinceramente: «Signore, anche la mia missione appartiene a Te»?


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