Risolvi il dolore prima di proporre un sogno
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Quando il bisogno di essere riconosciuti
viene prima del desiderio di cambiare

Ci sono cose che si comprendono leggendo libri sulla leadership e sull’evangelizzazione. E ce ne sono altre che si imparano soltanto quando provi concretamente a proporre un percorso di trasformazione missionaria per il Signore.
Condivido allora con voi una lezione che, mi è costata fatica accettare: non tutte le persone che entrano in una fraternità, vengono perché desiderano trasformarsi.
Alcune vengono perché hanno bisogno di essere riconosciute. Altre perché desiderano finalmente essere viste. Altre ancora perché cercano un luogo nel quale sentirsi importanti, necessarie, ascoltate, valorizzate. Non lo dico per giudicarle!
Con il tempo ho compreso che molto spesso dietro il bisogno di essere riconosciuti c’è una ferita che non è mai stata riconosciuta.
E se la ferita non attraversa un vero lavoro su se stessi nella potenza dello Spirito Santo la persona non si impegna o scappa prima.
É proprio questa esperienza che mi ha fatto comprendere un principio che considero sempre più importante ad Emmaus COM soprattutto nel tempo dell’aspirantato e quando si diventa amici prima dell’impegno importante ed esigente di essere discepoli :
“Risolvi il dolore prima di proporre un sogno !”
1. Quando il mio sogno non é il loro sogno
Quando un responsabile lancia un gruppo di preghiera porta dentro di sé una visione.
Vuole evangelizzare.
Vuole formare discepoli.
Vuole vedere persone trasformate dallo Spirito Santo.
Sogna una comunità fraterna, persone che crescano nella preghiera, nella Parola, nei carismi, nel servizio e nella missione.
Anch’io sono partito con questo desiderio. Vedevo quello che quelle persone avrebbero potuto diventare.
Ma con il tempo ho dovuto comprendere qualcosa di molto semplice: io vedevo il loro futuro, mentre alcune di loro stavano ancora cercando qualcuno che vedesse il loro presente.
Io parlavo di missione. Loro cercavano riconoscimento.
Io parlavo di servizio. Loro avevano bisogno di sentirsi valorizzate.
Io parlavo di trasformazione. Loro forse stavano ancora chiedendo silenziosamente: «Qualcuno finalmente si accorgerà di me?»
Se un leader non comprende questa differenza, prima o poi rischia di demoralizzarsi.
2. «Perché non voglio crescere?»
È una domanda che molti responsabili si fanno e che anch’io mi sono fatto che si può esprimere così :
Perché una persona che ha ricevuto tanto non desidera andare oltre?
Perché qualcuno vuole appartenere al gruppo, ma resiste quando gli proponi un cammino di trasformazione?
Perché desidera essere coinvolto, ma non corretto?
Perché vuole un ruolo, ma fatica ad accettare un percorso?
Perché cerca la vicinanza del responsabile, ma non necessariamente una maggiore vicinanza a Cristo?
Perché soffre quando un altro viene scelto?
Perché interpreta una decisione organizzativa come un rifiuto personale?
La risposta non è sempre la cattiva volontà.
A volte stiamo chiedendo una trasformazione a una persona che sta ancora combattendo per sentirsi riconosciuta.
Ed è qui che il leader deve smettere di essere soltanto organizzatore e diventare pastore.
3. Imparare a guardare dietro i comportamenti
Una persona può sembrare alla ricerca di protagonismo. Ma cosa c’è dietro?
Può diventare gelosa quando un’altra riceve una responsabilità. Ma cosa c’è dietro?
Può aver bisogno continuamente dell’approvazione del responsabile. Ma cosa c’è dietro?
Può vivere male una correzione. Può sentirsi dimenticata appena non viene consultata. Può soffrire quando non viene nominata, scelta, ringraziata o valorizzata.
All’inizio è facile fermarsi al comportamento.
Poi ho imparato a farmi un’altra domanda:
«Quale dolore sta cercando di parlare attraverso questo comportamento?» Questa domanda ha cambiato il mio modo di accompagnare le persone.
Perché il bisogno esasperato di riconoscimento può nascondere anni nei quali qualcuno non si è sentito visto.
La ricerca continua di approvazione può nascondere una profonda insicurezza.
Il bisogno di occupare uno spazio può venire dalla paura di non avere valore.
Persino certe lotte di potere nelle nostre comunità cristiane possono nascondere una domanda molto più elementare....
4. «Io conto qualcosa per qualcuno?»
Questa domanda, spesso, non viene pronunciata ma occorre vedere tutti i segni parafernali e metaverbali che lo dicono forte.
La persona non ti dice: «Ho paura di non contare nulla». Anzi ho incontrato pure qualcuno che dice di aver lavorato sopra, aver fatto un percorso di guarigione ma poi cerca conferme continue, vuole sapere se hai pensato a lei, se l’hai scelta, se hai notato ciò che ha fatto, se il suo posto è ancora sicuro. E soprattutto non vuole nessuna correzione fraterna per migliorare la missione.
Quando la conferma che attende non arriva, può comparire la crisi. Una responsabilità affidata a un altro viene vissuta come esclusione. Una correzione diventa: «Non mi stimi più». Un cambiamento nell’organizzazione diventa: «Non avete più bisogno di me». Il silenzio o l’assenza del responsabile diventa: «Non conto più nulla».
Persino il successo di un fratello o una sorella può essere percepito come una minaccia: «Se lui cresce, quale spazio rimane per me?».
Nella mia esperienza ho compreso che non sempre queste reazioni nascono da orgoglio consapevole o da volontà di protagonismo. Talvolta rivelano una domanda molto più antica: «Se nessuno mi vede, esisto ancora per qualcuno?».
Qui il discernimento diventa fondamentale. Attenzione a due errori opposti.
Il primo è giudicare immediatamente la persona: «È egocentrica, vuole stare al centro».
Il secondo è assecondare continuamente il suo bisogno di riconoscimento, dandole sempre più spazio, responsabilità e rassicurazioni per evitare che soffra.
Nessuna delle due strade guarisce veramente.
La prima ferisce ulteriormente. La seconda crea dipendenza e ferisce in maniera indiretta.
La strada evangelica è un’altra: riconoscere la ferita senza consacrarla come identità ma esporsi alla verità in Cristo Gesù!
Posso parlare, con le mie parole e soprattutto con il mio modo di accompagnare: «Sì, tu conti. Ma non perché hai un ruolo, o una serie di compiti. Non perché sei indispensabile. Non perché sei vicino al responsabile. Non perché tutti riconoscono ciò che fai. Tu conti perché sei figlio, perché sei figlia, perché il Padre ti conosce per nome.» Gesù stesso dice:
«Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!» (Mt 10,30-31)
Questa è la trasformazione profonda che desidero per le persone che il Signore mi affida: non che abbiano sempre qualcuno che le guardi, ma che scoprano lo sguardo di Dio Padre dal quale non devono più mendicare la propria identità.
Quando questa verità comincia a scendere nel cuore, qualcosa cambia:
Non devo più essere indispensabile per sapere che valgo.
Non devo essere scelto ogni volta.
Posso gioire quando viene scelto un altro.
Posso servire anche quando nessuno mi ringrazia.
Posso lasciare un incarico senza pensare di aver perso il mio posto nel cuore di Dio.
Posso persino diminuire perché Cristo cresca.
È qui che il bisogno di riconoscimento comincia a trasformarsi in libertà, di base per potersi impegnare e lanciare il sogno missionario.
5. Gesù vedeva oltre il comportamento
Nel Vangelo Gesù possiede questa straordinaria capacità: vede oltre quello che le persone fanno e raggiunge quello che stanno vivendo.
Zaccheo è un pubblicano. La folla vede il peccatore. Gesù vede l’uomo. E gli dice:
«Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua.» (Lc 19,5)
Prima ancora della conversione, Zaccheo sperimenta qualcosa di sconvolgente: Gesù conosce il suo nome. È visto. È riconosciuto. È chiamato. E proprio quell’incontro produce ciò che nessuna pressione morale aveva ottenuto:
«Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri.» (Lc 19,8)
Prima viene l’incontro. Poi arriva la trasformazione. Gesù non approva tutto ciò che Zaccheo ha fatto, ma non comincia dalla condanna. Tutto comincia dalla relazione che rimane libera e senza sabotaggi. Per questo Gesù é andato a mangiare in casa di Zaccheo dove nessuno sarebbe entrato per non diventare impuro.
Gesù riesce a costruire una relazione senza chiacchiere, senza sabotaggi o diffamazioni !
Se una relazione rimane libera porta frutti di libertà e prepara alla responsabilità!
6. Riconoscere la ferita non significa alimentare il protagonismo
Quando comprendi che una persona ha bisogno di riconoscimento, puoi cadere in una trappola : darle continuamente riconoscimento per evitare che soffra.
Ma questo non necessariamente la guarisce. Può addirittura renderla dipendente.
Se una persona ha continuamente bisogno di essere scelta, lodata, consultata, rassicurata o messa al centro per sentirsi amata, darle sempre ciò che domanda può calmare temporaneamente il dolore senza guarirne la radice.
Il compito del responsabile non è diventare la fonte dell’identità dell’altro. Quella fonte è Dio Padre.
Per questo accompagnare significa aiutare progressivamente la persona a passare:
dal bisogno di essere vista dagli altri alla scoperta di essere vista da Dio;
dal bisogno di essere indispensabile alla libertà di servire;
dal desiderio di occupare un posto alla gioia di appartenere;
dalla ricerca dell’approvazione alla scoperta della propria identità di figlio e figlia di Dio.
Questa è la trasformazione e l’equipaggiamento di base per un discepolo missionario.
7. La Fraternità non può diventare un palcoscenico
Un gruppo cristiano può diventare inconsapevolmente un luogo nel quale ognuno cerca il proprio spazio di visibilità:
Chi vuole essere considerato il più spirituale.
Chi vuole avere sempre una parola profetica.
Chi desidera stare vicino al responsabile.
Chi cerca una responsabilità.
Chi vuole essere riconosciuto per ciò che ha fatto.
Chi soffre se qualcun altro riceve più spazio.
Chi serve con entusiasmo finché viene visto, ma si ritira quando nessuno sembra accorgersi del suo servizio.
Sono dinamiche umane! E proprio perché sono umane possono entrare anche nei nostri gruppi di preghiera. Ma una comunità cristiana non può essere costruita sulla distribuzione della visibilità. La comunità deve diventare il luogo nel quale impariamo progressivamente a non avere bisogno del palcoscenico per sapere chi siamo.
San Giovanni Battista ci consegna una delle parole più liberanti per ogni ministero:
«Lui deve crescere; io, invece, diminuire.» (Gv 3,30)
Questa parola non annulla la persona. La libera. Perché quando so chi sono davanti a Dio, non devo più combattere continuamente perché gli altri se ne accorgano.
8. La mia demoralizzazione é diventata una lezione
Ci sono stati momenti nei quali mi sono domandato:
Perché è così difficile costruire?
Perché dopo tanto investimento nelle persone emergono incomprensioni, suscettibilità, aspettative e delusioni?
Perché qualcuno al quale hai dato spazio sembra soffrire quando quello spazio cambia?
Perché alcune persone sembrano entusiaste finché si sentono riconosciute e diventano critiche quando non lo sono più?
Perché una correzione fraterna può essere vissuta come una mancanza d’amore?
È facile, in quei momenti, demoralizzarsi. Oppure concludere: «Non vale più la pena investire nelle persone.» Ma queste risposte non sono la risposta del Vangelo.
Per questo mi sembra di essere stato ispirato imparando una terza strada: discernere il dolore senza diventare prigionieri del dolore dell’altro:
Posso comprendere la tua ferita senza permettere alla tua ferita di governare la fraternità.
Posso riconoscere il tuo bisogno senza trasformarlo automaticamente in una missione.
Posso volerti bene senza affidarti necessariamente la responsabilità che desideri.
Posso ascoltare la tua sofferenza e contemporaneamente chiederti di maturare.
Posso accoglierti senza confermare ogni tua aspettativa.
Questa, per me, è diventata una forma molto concreta di carità nella verità.
9. Non tutti quelli che arrivano sono già discepoli missionari
Quando qualcuno entra in un gruppo di preghiera, non dobbiamo pretendere che possieda già le motivazioni di un discepolo maturo umanamente e spiritualmente, qualsiasi sia la sua coscienza e l’impressione che ha del proprio cammino.
Può arrivare perché sta male. Perché è sola. Perché ha bisogno di amicizia. Perché cerca guarigione. Perché desidera appartenenza. Perché attraversa una crisi. Persino perché vuole essere riconosciuto. Va bene.
Quella può essere la porta d’ingresso. Ma non può diventare il punto d’arrivo. Diceva padre Emilien Tardiff :
“Non é importante il motivo per il quale le persone vengono ai nostri gruppi ma come ritornano a casa dopo la loro esperienza!”.
Gesù accoglie le persone dove sono, ma non le lascia necessariamente dove sono.
Una evangelizzazione autentica dice: «Puoi entrare con il tuo bisogno. Ma permetti a Cristo di trasformare progressivamente anche il tuo bisogno.»
10. Non proponete subito il vostro sogno
Noi leader abbiamo spesso una visione. Ed è una grazia.
Vediamo una fraternità. Vediamo la missione. Vediamo evangelizzatori. Vediamo ministeri. Vediamo persone capaci di portare il Vangelo lontano.
Ma possiamo commettere l’errore di innamorarci talmente della nostra visione da non vedere più le persone reali che Dio ci ha affidato.:
Vogliamo missionari. Dio ci manda feriti.
Vogliamo evangelizzatori. Arrivano persone che cercano consolazione.
Vogliamo servitori. Arrivano persone che desiderano essere riconosciute.
Vogliamo persone pronte a dare. Arrivano persone che hanno ancora bisogno di ricevere.
E forse ci irritiamo perché Dio non ci ha mandato le persone che avevamo immaginato.
Ma forse è proprio lì che comincia la nostra missione. Il compito non è trovare persone già pronte per realizzare il nostro sogno.
Il compito è amare, accompagnare, formare, discernere e permettere allo Spirito Santo di trasformare persone reali in discepoli !
11. Prima il dolore e poi il sogno
Ecco perché oggi ripeto a me stesso e agli altri responsabili: Risolvi il dolore prima di proporre un sogno! Madre Teresa di Calcutta diceva alle sue suore :
"Non puoi dare il vangelo a chi ha fame allora mettilo in mezzo ad un panino"
Naturalmente noi non possiamo “risolvere” ogni dolore. Non siamo terapeuti. Non siamo salvatori. Il Salvatore è Gesù.
A Emmaus COM i discepoli sanno bene di fare attenzione al triangolo maledetto di Karpman.
La Vittima: colui che si sente perseguitato
Il Salvatore: colui che viene in tuo aiuto (ha a cuore i tuoi interessi)
Il Persecutore (o carnefice): colui che prende di mira la futura vittima
A volte è difficile sfuggire a questi ruoli in un accompagnamento.
Il Triangolo maledetto di Karpman offre quindi a ogni persona una sorta di soluzione pensata per soddisfare i suoi bisogni o le sue aspettative.
Con un sano discernimento e evitando di giocare un ruolo automatico secondo questo triangolo siamo più lucidi.
Possiamo imparare a non proporre immediatamente alle persone ciò che vogliamo che diventino senza prima cercare di comprendere ciò che stanno vivendo.
Prima di chiedere: «Come posso coinvolgerlo?» forse dovrei chiedermi: «Dove sta soffrendo?»
Prima di chiedere: «Quale servizio potrebbe fare?» potrei domandare: «Da dove viene il suo bisogno di essere riconosciuto?»
Prima di dire: «Ho bisogno di te per questa missione» forse dovrei aiutarlo a scoprire: «Dio ti ama anche quando non sei necessario a nessuno.»
Perché il servizio non può nascere dalla necessità di dimostrare il proprio valore.
Deve nascere dall’esperienza di essere già amati.
12. Dal «GUARDATEMI» al «CHI POSSO AMARE?»
All’inizio una persona arriva dicendo, anche senza parole: «Guardatemi.» Poi incontra Cristo. Scopre uno sguardo che non deve conquistare. Scopre di essere conosciuta e amata. E lentamente la domanda cambia.
Non più: «Chi mi vede?» ma: «Chi posso vedere io?»
Non più: «Chi riconosce quello che faccio?» ma: «Chi posso servire?»
Non più: «Quale posto avrò?» ma: «Signore, dove vuoi mandarmi?»
È lì che nasce il discepolo.
È lì che nasce il missionario.
Conclusione
La missione comincia da uno sguardo trasformato
Sulla strada di Emmaus, Gesù risorto incontra due uomini delusi che stanno andando nella direzione sbagliata. Prima di correggerli, si avvicina e cammina con loro. Li ascolta. Lascia emergere il loro:
«Noi speravamo…» (Lc 24,21)
Solo dopo apre loro le Scritture, li porta lontano e dopo trasforma il loro sguardo da triste e incredule a acceso e entusiasta..
Questo mi ricorda che non siamo chiamati soltanto a far crescere progetti, ma ad accompagnare persone reali.
La domanda decisiva allora diventa: «Sto aiutando questa persona a scoprirsi vista e amata da Dio?»
Emmaus ci insegna che il Risorto non forza i cuori: cammina con loro e li fa ardere nuovamente.
E quando quei discepoli riconoscono Gesù, partono e provocano la Pentecoste.
Non più soltanto bisognosi di essere visti, ma capaci di diventare testimoni.
Tutto si riassume qui: non siamo chiamati a vendere sogni, ma a preparare cuori che possano finalmente sognare con Dio.
Noi non possiamo cambiare le persone.
Possiamo però amarle, accompagnarle e restare accanto a loro mentre Dio le trasforma.
E così una persona che chiedeva soltanto di essere vista può, un giorno, alzare gli occhi e cominciare a vedere gli altri.




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