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Nell’abbraccio dello Spirito Santo

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Dalla lode all’intimità con Dio

«Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome dà gloria.» (Sal 115,1)

C’è una differenza profonda tra dire delle preghiere e lasciarsi realmente incontrare da Dio. Possiamo cantare, partecipare alla liturgia, invocare lo Spirito Santo e servire con generosità, ma rimanere ancora sulla soglia di quella relazione profonda che il Signore desidera vivere con noi.


All’inizio della preghiera portiamo naturalmente davanti a Dio ciò che abita il nostro cuore: le nostre ferite, le persone che amiamo, le decisioni da prendere, le paure, le attese e i desideri più profondi. Dio accoglie tutto questo, perché è Padre e vuole che ci presentiamo a Lui così come siamo, senza maschere e senza difese.


Lo Spirito Santo, però, desidera condurci più lontano. Non vuole soltanto aiutarci a chiedere qualcosa a Dio, ma insegnarci a stare con Lui. Ci conduce lentamente dalla ricerca dei suoi doni alla contemplazione del suo volto, dal bisogno di parlare alla capacità di ascoltare, dall’agitazione interiore alla pace della sua Presenza.


La lode apre questo cammino. Quando lodiamo, il nostro sguardo si solleva dai problemi e ritorna sul Signore. Ricominciamo a ricordare che Egli è buono, fedele, santo e presente, anche quando non comprendiamo ciò che stiamo vivendo.


L’adorazione ci conduce ancora più in profondità. Non lodiamo più Dio soltanto per ciò che compie, ma per ciò che Egli è. Rimaniamo davanti a Lui senza dover dimostrare nulla, lasciando che il suo amore raggiunga gli spazi più nascosti della nostra vita.


È come entrare nel mare. All’inizio restiamo sulla riva e lasciamo che l’acqua tocchi appena i nostri piedi. Poi, passo dopo passo, ci lasciamo condurre più lontano, finché non siamo più noi a sostenerci, ma è l’acqua a sostenere noi.


Così agisce lo Spirito Santo nella preghiera. Ci insegna ad abbandonare il bisogno di controllare tutto, ad aprire le mani e a fidarci. Ci fa comprendere che Dio non è soltanto davanti a noi, ma vive in noi e desidera avvolgere tutta la nostra esistenza.

Questo è il cammino della lode verso l’intimità con Dio: non uno sforzo per raggiungerlo, ma la scoperta che Lui è già vicino, ci attende e ci invita a riposare nel suo abbraccio.


Quando il canto diventa incontro

Molti identificano la lode con il canto. La musica, certamente, possiede una forza particolare: apre il cuore, unisce le persone e permette di esprimere ciò che spesso le parole ordinarie non riescono a dire. La Bibbia stessa è attraversata dal canto: Davide danza davanti all’Arca dell’Alleanza, i salmi accompagnano la preghiera del popolo e gli angeli proclamano senza sosta la santità di Dio.

«Santo, santo, santo il Signore degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria.»(Is 6,3)

Eppure, la lode non può fermarsi alla musica. Possiamo conoscere molti canti, avere una bella voce, suonare bene e partecipare con entusiasmo a un momento di preghiera, senza essere ancora entrati veramente nell’adorazione.


Il canto diventa lode quando non serve più a mettere in evidenza noi stessi, ma ci aiuta a rivolgere tutto il cuore verso Dio. Diventa adorazione quando non cerchiamo più soltanto un’emozione, ma desideriamo riconoscere la Signoria di Gesù sulla nostra vita.


La musica è come una porta. Può accompagnarci fino alla soglia della Presenza, ma è il cuore che deve decidere di entrare. A volte cantiamo con le labbra mentre la mente rimane occupata dalle preoccupazioni, dai giudizi o dal desiderio di essere notati. Lo Spirito Santo, invece, ci richiama dolcemente all’essenziale e ci invita a consegnare a Dio tutto ciò che ci impedisce di essere veramente presenti.

In quel momento la lode cambia. Non è più soltanto qualcosa che facciamo, ma diventa un incontro che ci coinvolge interamente. Le parole del canto cominciano a diventare le nostre parole, la verità proclamata raggiunge il cuore e ciò che prima era soltanto una melodia diventa una professione di fede.


Possiamo cantare: «Gesù, Tu sei il Signore», ma l’adorazione comincia davvero quando accettiamo che Gesù sia Signore delle nostre decisioni, delle nostre relazioni, delle nostre ferite, dei nostri progetti e perfino delle parti della vita che vorremmo continuare a controllare.

San Paolo afferma:

«Nessuno può dire: “Gesù è Signore!”, se non sotto l’azione dello Spirito Santo(1Cor 12,3)

Lo Spirito Santo non ci conduce semplicemente a pronunciare il nome di Gesù, ma ci aiuta a consegnargli il trono del cuore. La vera lode, infatti, non consiste soltanto nel parlare bene di Dio, ma nel permettergli di diventare il centro della nostra esistenza.


Quando questo accade, anche il silenzio diventa lode. Non abbiamo più bisogno di riempire ogni istante con parole o canti, perché la presenza del Signore comincia a essere sufficiente. È come accade tra due persone che si amano profondamente: all’inizio sentono il bisogno di raccontarsi tutto, ma con il tempo imparano a restare insieme anche senza parlare, perché la presenza dell’altro è già una forma di comunione.


Così lo Spirito Santo ci conduce lentamente dal canto all’incontro, dalla parola all’ascolto, dall’emozione alla fedeltà, fino a farci comprendere che il centro della lode non è ciò che proviamo, ma Colui che adoriamo.


Il canto allora non scompare, ma viene purificato. Non serve più a creare un’atmosfera, bensì ad aprire il cuore alla verità: Gesù è vivo, è presente ed è degno di ricevere tutta la nostra lode.


La lode che libera dalla nostra gloria

La lode autentica non conduce l’uomo a sentirsi più importante, ma a riconoscere con gioia che Dio è il centro di tutto. Mentre il mondo ci spinge continuamente a cercare visibilità, approvazione e riconoscimento, la lode ci insegna un movimento completamente diverso: distogliere lo sguardo da noi stessi per rivolgerlo verso il Signore.


Anche nella vita spirituale può insinuarsi, in modo molto sottile, il desiderio di essere apprezzati. Possiamo cercare il riconoscimento per il nostro servizio, per i nostri doni, per la nostra capacità di pregare, predicare o guidare gli altri. Senza accorgercene, rischiamo così di usare perfino le cose di Dio per costruire la nostra immagine lontana dalla verità.


Lo Spirito Santo, invece, non alimenta il nostro bisogno di apparire. Egli ci conduce verso Gesù e ci insegna la gioia di lasciare che sia Cristo a occupare il centro. Gesù stesso dice dello Spirito:

«Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.»(Gv 16,14)

L’opera dello Spirito Santo consiste dunque nel rendere Gesù sempre più vivo, presente e riconoscibile dentro di noi. Quando lo Spirito agisce, non ci rende protagonisti, ma ci rende trasparenti alla presenza di Cristo.

Giovanni Battista aveva compreso profondamente questo segreto quando disse:

«Lui deve crescere; io, invece, diminuire.»(Gv 3,30)

Diminuire non significa disprezzare se stessi, negare i propri doni o perdere la propria personalità. Significa permettere a Cristo di crescere dentro di noi, fino a diventare il centro dei nostri pensieri, delle nostre scelte e dei nostri desideri. Quando Gesù cresce, non diventiamo più poveri, ma finalmente più liberi, perché non siamo più costretti a difendere continuamente la nostra immagine davanti agli altri.


Il cardinal Raniero Cantalamessa descrive la lode con parole molto profonde:

«Con la lode si immola e si sacrifica il proprio io, la propria gloria, la propria autosufficienza. Ma questa è una gloria falsa e inconsistente, ed è una liberazione per l’uomo disfarsene.»

La lode è dunque una liberazione dalla falsa gloria. È come deporre una corona troppo pesante che abbiamo cercato di portare per tutta la vita: la corona del controllo, del bisogno di avere ragione, della paura di essere dimenticati o del desiderio di ricevere l’approvazione degli altri.


Quando entriamo nella lode, lo Spirito Santo ci invita a deporre questa corona ai piedi dell’Agnello. Non ce la strappa con violenza, ma ci mostra che non siamo stati creati per governare tutto, né per vivere sotto il peso dello sguardo degli altri. Siamo stati creati per essere figli, per ricevere la nostra identità dall’amore del Padre e per trovare la nostra gioia nel glorificare Cristo.


Il libro dell’Apocalisse descrive i ventiquattro anziani che si prostrano davanti al trono di Dio e depongono le loro corone, proclamando:

«Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore e la potenza(Ap 4,11)

Questa immagine rivela il cuore della lode e dell'adorazione di Dio. Davanti alla bellezza di Dio, ogni gloria umana appare fragile e passeggera. Ciò che prima sembrava indispensabile — essere riconosciuti, apprezzati o messi al centro — perde lentamente il suo potere su di noi, perché abbiamo incontrato una gloria infinitamente più grande.


La lode ci fa uscire dalla stanza stretta del nostro ego e ci introduce negli spazi aperti della gloria di Dio. È come aprire le mani dopo averle tenute chiuse per molto tempo: soltanto quando smettiamo di trattenere la nostra immagine possiamo ricevere la libertà che viene dal Signore. Per questo il salmista proclama:

«Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome dà gloria.»(Sal 115,1)

Questa non è la preghiera di chi vuole scomparire perché pensa di non avere valore. È la preghiera di chi ha finalmente scoperto che il proprio valore non dipende dagli applausi, dai risultati o dall’opinione degli altri, ma dall’essere conosciuto e amato da Dio.


La lode ci libera dalla necessità di essere guardati, perché ci insegna a guardare Cristo. Ci libera dal bisogno di occupare il centro, perché ci fa scoprire la gioia di lasciare regnare Gesù. Ci libera dalla ricerca della nostra gloria, perché ci permette di riflettere una gloria che non tramonta. Quando questa libertà comincia a crescere dentro di noi, la preghiera diventa più semplice e più vera. Non abbiamo più bisogno di dimostrare qualcosa a Dio o agli altri, ma possiamo presentarci davanti al Signore con il cuore aperto, riconoscendo che ogni dono, ogni carisma e ogni frutto della nostra vita provengono da Lui.


La vera lode non cancella ciò che siamo, ma lo purifica e lo porta a compimento. Non spegne la nostra luce, ma la orienta verso la sua sorgente, affinché attraverso la nostra vita non venga esaltato il nostro nome, ma risplenda il volto di Gesù.


Come un bambino tra le braccia del Padre

Quando la lode ci libera dal bisogno di occupare il centro, il cuore può finalmente riscoprirsi figlio. Questa è una delle opere più profonde dello Spirito Santo: non soltanto insegnarci a pregare, ma farci entrare in una relazione viva con Dio, nella quale non ci sentiamo più servi impauriti, ma figli accolti e amati. San Paolo scrive:

«Avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!”» (Rm 8,15)

La parola Abbà nasce dalla fiducia. È la parola di chi non ha più bisogno di difendersi, di dimostrare il proprio valore o di meritare l’amore. È la voce del figlio che sa di poter tornare, anche dopo essersi allontanato, perché il cuore del Padre rimane aperto.


Nella preghiera portiamo spesso con noi molte tensioni. Vorremmo pregare bene, sentire qualcosa, comprendere subito ciò che Dio vuole dirci oppure ottenere una risposta alle nostre domande. Senza accorgercene, possiamo trasformare anche la relazione con Dio in una prestazione, come se dovessimo convincerlo ad ascoltarci o dimostrargli di essere degni del suo amore.


Lo Spirito Santo ci conduce invece verso una preghiera più semplice. Ci insegna che prima ancora di cercare Dio, siamo già cercati da Lui; prima ancora di amarlo, siamo già amati. La lode diventa allora il luogo in cui smettiamo di sforzarci per raggiungere il Padre e cominciamo ad accorgerci che le sue braccia erano già aperte.


Gesù ha rivelato questo volto di Dio nella parabola del figlio che ritorna a casa. Il padre non rimane fermo ad aspettare una spiegazione perfetta, ma corre incontro al figlio, lo abbraccia e lo riveste della sua dignità.

«Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.» (Lc 15,20)

Questa immagine ci aiuta a comprendere ciò che accade nell’adorazione. Noi arriviamo spesso davanti a Dio stanchi, feriti, confusi e talvolta delusi da noi stessi. Il Padre non ci accoglie con freddezza e non ci chiede innanzitutto di capire tutto. Ci vede, ci riconosce e ci stringe a sé.


Pensiamo a un bambino che, dopo aver corso e giocato per molte ore, si addormenta tra le braccia del padre. Non cerca più di controllare ciò che lo circonda, perché si sente custodito. Non deve dimostrare nulla, perché sa di appartenere a qualcuno. Il suo riposo nasce dalla fiducia. Così dovrebbe diventare lentamente la nostra preghiera: un riposo nell’amore del Padre.


Questo non significa fuggire dalle responsabilità o smettere di affrontare le difficoltà della vita. Significa vivere ogni cosa partendo da una certezza più profonda: non siamo soli, non siamo abbandonati e non dobbiamo sostenere tutto con le nostre forze. Il Padre ci accompagna e lo Spirito Santo rende viva dentro di noi questa presenza. Santa Teresa d’Avila definiva l’orazione come:

«Un intimo rapporto di amicizia, un trattenersi spesso da soli con Colui dal quale sappiamo di essere amati.»

Queste parole ci ricordano che la preghiera non consiste soltanto nel parlare a Dio, ma nel rimanere con Lui. L’amicizia vera non ha sempre bisogno di molte parole; a volte basta la presenza. Allo stesso modo, nell’adorazione possiamo restare davanti al Signore senza dover riempire ogni silenzio, lasciando che il suo sguardo raggiunga le profondità del nostro cuore.


Lo Spirito Santo ci insegna anche a ricevere l’amore senza paura. Non è sempre facile, perché molte persone portano dentro di sé ferite legate all’abbandono, al rifiuto o alla mancanza di fiducia. Per questo la parola Padre può talvolta suscitare più timore che consolazione. Ma Gesù è venuto proprio per rivelarci un Padre diverso dalle nostre immagini ferite, un Padre che conosce, custodisce e non smette di cercare i suoi figli.

«Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò(Is 66,13)

L’amore di Dio possiede insieme la forza del padre e la tenerezza della madre. È un amore che protegge senza imprigionare, corregge senza umiliare e sostiene senza togliere la libertà.


Quando l’anima comincia a gustare questa verità, la lode cambia tono. Non è più soltanto una proclamazione della grandezza di Dio, ma diventa la risposta riconoscente di un figlio che ha scoperto di avere una casa. Le parole della preghiera diventano più vere, perché non nascono più dalla paura di perdere Dio, ma dalla gioia di essere già custoditi in Lui.


Nell’abbraccio del Padre possiamo finalmente deporre le nostre stanchezze, le domande senza risposta e il bisogno di controllare ogni cosa. Non perché tutto sia già risolto, ma perché abbiamo scoperto che la sua presenza è più grande di ciò che ancora non comprendiamo.


La maturità spirituale non consiste quindi nel diventare persone che non hanno più bisogno di Dio, ma nel diventare sempre più capaci di affidarsi a Lui. Il bambino cresce senza smettere di essere figlio; allo stesso modo, il cristiano matura quando impara a vivere ogni cosa nella fiducia.


Lo Spirito Santo ci conduce proprio a questa libertà: poter dire Abbà non soltanto con le labbra, ma con tutta la vita, sapendo che il nostro posto è nel cuore del Padre e che, tra le sue braccia, possiamo finalmente essere noi stessi.


Il silenzio che diventa dimora

La lode nasce spesso dalla parola e dal canto, ma quando diventa più profonda conduce naturalmente al silenzio. Non perché la preghiera sia finita, ma perché il cuore ha iniziato ad ascoltare.


All’inizio questo silenzio può metterci a disagio. Siamo abituati a pensare che pregare significhi sempre dire qualcosa, leggere una preghiera, fare una richiesta o esprimere un sentimento. Quando le parole si fermano, possiamo avere l’impressione di non sapere più pregare.


In realtà, proprio allora lo Spirito Santo può condurci più in profondità. Il silenzio cristiano non è vuoto. È uno spazio abitato dalla presenza di Dio. Non dobbiamo eliminare con la forza ogni pensiero, ma imparare a riportare con dolcezza il cuore al Signore, ogni volta che si disperde. Il salmista descrive questa pace con un’immagine molto semplice:

«Io resto quieto e sereno: come un bimbo svezzato in braccio a sua madre.» (Sal 131,2)

L’anima silenziosa assomiglia a un bambino che riposa tra le braccia della madre. Non controlla tutto ciò che accade, ma si sente custodito. Allo stesso modo, nella preghiera possiamo affidarci a Dio anche quando non comprendiamo ancora ciò che stiamo vivendo. Il profeta Elia cercava il Signore nel vento forte, nel terremoto e nel fuoco, ma Dio si manifestò nel:

«Sussurro di una brezza leggera.» (1Re 19,12)

Anche noi cerchiamo spesso Dio nelle emozioni intense, nei segni straordinari o nelle risposte immediate. Lo Spirito Santo, invece, ci insegna a riconoscerlo anche nella discrezione, nella pace e nella semplicità. Il silenzio diventa così una stanza interiore. Fuori possono esserci rumori, problemi e responsabilità, ma dentro di noi si apre uno spazio nel quale possiamo stare con il Signore.

Gesù dice:

«Quando preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto(Mt 6,6)

Questa camera è anche il nostro cuore. È il luogo nascosto nel quale Dio ci attende. Entrarvi significa, almeno per qualche istante, lasciare da parte le preoccupazioni, il giudizio degli altri e il bisogno di controllare ogni cosa. Non entriamo nel silenzio per chiamare un Dio lontano. Entriamo per riconoscere Colui che già abita in noi. San Paolo scrive:

«Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?» (1Cor 3,16)

Questa presenza rimane anche quando non sentiamo nulla, quando la preghiera sembra difficile o quando la mente si distrae. Dio non smette di abitare in noi perché non proviamo emozioni.


A volte il silenzio fa emergere ferite, paure e ricordi che avevamo nascosto. In quei momenti possiamo desiderare di fuggire. Ma lo Spirito Santo non ci conduce nel silenzio per lasciarci soli. Entra con noi nelle parti più fragili del cuore e vi porta lentamente la sua luce. Il silenzio diventa allora un luogo di verità e guarigione. Davanti a Dio non dobbiamo nascondere ciò che siamo. Possiamo lasciarci amare anche nelle nostre debolezze.


Maria di Betania ci mostra questa via. Mentre Marta era presa da molte attività, Maria rimaneva seduta ai piedi di Gesù ad ascoltarlo. Per questo il Signore disse:

«Maria ha scelto la parte migliore(Lc 10,42)

Per fare qualcosa per Dio, dobbiamo imparare a stare con Lui. Per parlare nel suo nome, dobbiamo ascoltarlo. Per portare la sua presenza agli altri, dobbiamo lasciarci riempire da essa.


Per entrare nel silenzio non servono metodi complicati. Possiamo fermarci davanti al Signore e ripetere lentamente una semplice invocazione:

  • «Vieni, Spirito Santo.»

  • «Gesù, Tu sei il Signore.»

  • «Padre, mi affido a Te.»


Quando la mente si distrae, possiamo tornare con semplicità alla sua presenza, senza scoraggiarci. Poco alla volta, lo Spirito Santo raccoglie il cuore e ci insegna a rimanere. Il silenzio non è più un vuoto da riempire, ma una dimora nella quale Dio ci attende. Quando il silenzio diventa dimora, comprendiamo che non siamo noi a riempirlo con le nostre parole. È la presenza del Signore a riempire il nostro cuore.


Lasciare che lo Spirito preghi in noi

Con il tempo comprendiamo che la preghiera non dipende soltanto dalle nostre parole o dalla nostra capacità di concentrarci. Ci sono giorni in cui il cuore è pieno di fede e le parole nascono facilmente; altri giorni, invece, ci sentiamo stanchi, distratti o incapaci di esprimere ciò che portiamo dentro. Proprio in questi momenti possiamo scoprire una verità consolante: non siamo soli nella preghiera. San Paolo scrive:

«Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili(Rm 8,26)

Lo Spirito Santo non resta accanto a noi come uno spettatore. Egli entra nella nostra debolezza, raccoglie ciò che non sappiamo dire e lo presenta al Padre. Anche quando la nostra preghiera ci sembra povera, confusa o incompleta, lo Spirito può trasformarla in un’offerta gradita a Dio.


A volte pensiamo che per pregare bene sia necessario sentire molto, trovare le parole giuste o vivere una particolare emozione. In realtà, la preghiera più vera può nascere anche da un semplice desiderio: «Signore, voglio restare con Te, anche se oggi non so cosa dirti.» Questo desiderio è già preghiera.


Lasciare che lo Spirito preghi in noi significa smettere di voler controllare anche l’incontro con Dio. Non dobbiamo produrre continuamente pensieri, sentimenti o parole. Possiamo presentarci davanti al Signore così come siamo e permettere allo Spirito Santo di trasformare il nostro silenzio, la nostra stanchezza e perfino le nostre lacrime in preghiera.


È come quando il vento entra nelle vele di una barca. Il marinaio deve aprirle e orientarle, ma non può creare il vento. Allo stesso modo, possiamo disporre il cuore, fermarci, ascoltare e invocare lo Spirito, ma è Lui che dona alla preghiera il movimento e la profondità. La nostra parte non consiste nel forzare, ma nel renderci disponibili. Per questo possiamo cominciare con una semplice invocazione:

  • «Vieni, Spirito Santo, prega in me.»

  • «Insegnami a lodare Gesù.»

  • «Portami nel cuore del Padre.»


Quando preghiamo così, riconosciamo che lo Spirito Santo è il vero Maestro interiore. È Lui che ci ricorda le parole di Gesù, apre la Scrittura, illumina la coscienza e ci aiuta a riconoscere la volontà di Dio. Gesù aveva promesso:

«Lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto(Gv 14,26)

Lo Spirito ci educa a vivere davanti a Dio con il cuore di Cristo. Ci insegna a lodare quando tutto va bene, ma anche quando attraversiamo la prova; ci insegna a ringraziare per i doni ricevuti, ma anche ad affidarci quando non comprendiamo. Poco alla volta, la preghiera diventa meno centrata su ciò che proviamo e più aperta a ciò che Dio vuole compiere in noi. Non chiediamo soltanto che il Signore cambi le situazioni, ma permettiamo allo Spirito di cambiare il nostro modo di attraversarle.


In alcuni momenti la preghiera dello Spirito può diventare una parola spontanea, un canto, una supplica o una lode che nasce dal profondo. In altri momenti rimane un semplice silenzio pieno di fiducia. Non dobbiamo cercare esperienze particolari, perché lo Spirito agisce con libertà e conduce ogni persona secondo il cammino che Dio ha preparato per lei.


La cosa più importante è non confondere la preghiera con una prestazione. Dio non misura la bellezza delle nostre parole, ma guarda la disponibilità del cuore. Quando lasciamo che lo Spirito preghi in noi, scopriamo che la preghiera non è soltanto qualcosa che facciamo. È una vita che cresce dentro di noi, come una sorgente nascosta che continua a scorrere anche quando non la vediamo.

Gesù dice:

«Chi ha sete venga a me, e beva chi crede in me. Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva.» (Gv 7,37-38)

L’evangelista precisa che Gesù parlava dello Spirito Santo, l’acqua viva che rende feconda la nostra interiorità e trasforma la preghiera nell'"unzione", in una sorgente capace di raggiungere anche gli altri.


Lasciare che lo Spirito preghi in noi significa dunque accogliere una presenza che ci conduce al Padre, ci unisce a Cristo e rende tutta la nostra vita una preghiera. Non dobbiamo più sostenere tutto con le nostre forze, perché è lo Spirito stesso a venire in aiuto alla nostra debolezza. E quando non sappiamo più cosa dire, possiamo semplicemente restare davanti a Dio e affidargli il cuore, certi che lo Spirito Santo continua a pregare in noi, anche oltre le nostre parole.


Lo specchio rivolto verso il Sole

L’adorazione non cambia soltanto il nostro modo di pregare. Poco alla volta, cambia anche il nostro modo di vivere. Quando rimaniamo davanti a Dio con sincerità, il suo sguardo raggiunge il nostro cuore, purifica ciò che è confuso e ci rende sempre più simili a Cristo. San Paolo descrive questa trasformazione con parole profonde:

«Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore(2Cor 3,18)

L’immagine dello specchio ci aiuta a comprendere ciò che accade nella contemplazione. Uno specchio non produce la luce, ma la riceve e la riflette. Se rimane rivolto verso il sole, diventa luminoso; se invece viene coperto o girato verso il buio, non può più riflettere nulla.


Così è anche la nostra vita spirituale. Non siamo noi la sorgente della luce. Non dobbiamo costruire da soli la santità, la pace o l’amore. Siamo chiamati prima di tutto a rivolgerci verso Cristo, lasciando che la sua luce ci raggiunga. Molte volte siamo troppo concentrati su noi stessi. Guardiamo continuamente le nostre fragilità, gli errori commessi, ciò che non riusciamo a cambiare oppure l’immagine che gli altri hanno di noi. Anche quando desideriamo crescere spiritualmente, possiamo cadere nella tentazione di misurare ogni cosa partendo da noi.


L’adorazione cambia la direzione dello sguardo. Non ci invita a ignorare le nostre debolezze, ma a smettere di considerarle il centro di tutto. Quando fissiamo lo sguardo su Gesù, scopriamo che la sua grazia è più grande della nostra povertà e che la sua luce può raggiungere anche le parti più oscure della nostra storia.


Il Vangelo racconta che, dopo essere stato sul monte con Dio, il volto di Mosè rifletteva una luce che egli stesso non aveva prodotto. Mosè non si era sforzato di apparire luminoso; era semplicemente rimasto alla presenza del Signore. E anche noi siamo invitati a rimanere davanti a Dio. È la presenza del Signore a compiere il resto. Più contempliamo Cristo, più impariamo a vedere come Lui vede. Chi si lascia illuminare da Cristo porta la sua luce nelle relazioni, nel servizio, nella famiglia e nei luoghi della sofferenza. Gesù dice ai suoi discepoli:

«Voi siete la luce del mondo(Mt 5,14)

Non significa che possediamo una luce nostra. Siamo luce nella misura in cui rimaniamo uniti a Lui. Come la luna illumina la notte perché riflette la luce del sole, così il cristiano diventa luminoso quando lascia che Cristo si rifletta nella sua vita.


Il frutto dell’adorazione non consiste nel sentirci spiritualmente migliori. Consiste nell'essere luminosi, cioé nel diventare, quasi senza accorgercene, più simili a Gesù. La luce ricevuta nella preghiera deve attraversare la vita concreta. Non avrebbe senso contemplare Cristo e poi vivere nelle nostre relazioni con durezza, orgoglio o indifferenza. La vera adorazione lascia un segno nel modo in cui parliamo, ascoltiamo, serviamo e affrontiamo le difficoltà.


Lo Spirito Santo lavora proprio in questa unione tra preghiera e vita. Ci ricorda che non possiamo separare l’intimità con Dio dall’amore verso i fratelli. Più ci avviciniamo al cuore di Cristo, più impariamo ad amare ciò che Lui ama.


Lo specchio deve anche essere purificato. La polvere dell’egoismo, del risentimento e della paura può rendere opaca la nostra vita. Lo Spirito Santo non ci condanna per questo, ma ci invita a lasciare che la grazia rimuova ciò che impedisce alla luce di passare. La confessione, il perdono, l’ascolto della Parola e la fedeltà nella preghiera sono come gesti con i quali permettiamo al Signore di rendere il nostro cuore sempre più trasparente. L’adorazione ci rende simili a una vetrata attraversata dal sole. La vetrata, da sola, può sembrare fredda e opaca; quando però la luce la attraversa, i suoi colori diventano visibili e illuminano tutto ciò che la circonda.


Così è la nostra vita. Dio non cancella ciò che siamo, ma attraversa la nostra storia, i nostri doni e perfino le nostre fragilità, affinché attraverso di noi possa apparire qualcosa della bellezza di Cristo. Non viviamo per attirare gli sguardi su di noi stessi. Desideriamo che chi ci incontra possa intravedere, anche solo per un istante, la bontà e la misericordia del Signore.


Questo è il frutto dell'intimità con Dio: non avere una luce propria, ma lasciarsi attraversare dalla Sua luce, fino a diventare una presenza che porta pace, speranza e amore nel mondo.


Dal Cenacolo alla missione

L’intimità con Dio non ci chiude in noi stessi. Al contrario, quando la lode diventa adorazione e l’adorazione diventa comunione, nasce nel cuore il desiderio di portare agli altri ciò che abbiamo ricevuto. Prima di Pentecoste, gli Apostoli rimasero nel Cenacolo. Non avevano ancora la forza di affrontare il mondo, erano segnati dalla paura e non sapevano come continuare la missione di Gesù. Eppure obbedirono alla sua parola e rimasero insieme nella preghiera, aspettando il dono promesso dal Padre. Gesù aveva detto loro:

«Restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto(Lc 24,49)

Quell’attesa non fu tempo perso. Fu il tempo nel quale lo Spirito Santo preparò il loro cuore. Prima di inviarli sulle strade, il Signore li raccolse nella preghiera; prima di mettere parole sulle loro labbra, li condusse nel silenzio; prima di farli diventare testimoni, li fece rimanere davanti alla sua presenza.


Anche per noi la missione nasce così.

Prima di parlare di Dio, abbiamo bisogno di stare con Lui.


Quando lo Spirito Santo discese sugli Apostoli, non trovò uomini perfetti, o all'altezza ma persone che nella preghiera si erano rese disponibili. La paura lasciò spazio al coraggio, il silenzio diventò annuncio e le porte chiuse del Cenacolo si aprirono verso il mondo.

«Tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue(At 2,4)

La Pentecoste ci mostra che la missione non nasce semplicemente dall’entusiasmo, dalle capacità personali o da un buon progetto. Nasce da una Presenza ricevuta. Gli Apostoli non uscirono dal Cenacolo perché avevano finalmente compreso tutto, ma perché lo Spirito Santo aveva preso dimora in loro.


Oggi, possiamo avere idee, strumenti, metodi, novene, spiritualità, competenze e desiderio di evangelizzare, ma senza una vita profonda di preghiera rischiamo di parlare molto di Dio senza comunicare la sua presenza. Possiamo organizzare molte attività e, nello stesso tempo, perdere il centro della missione.


Il mondo ha bisogno di uomini e donne che abbiano incontrato Gesù, che portino nella voce la pace ricevuta nella preghiera e nello sguardo la luce di chi è rimasto a lungo davanti al Signore. Nel libro degli Atti, le persone si accorgono che Pietro e Giovanni sono uomini semplici, ma riconoscono qualcosa di particolare in loro:

«Li riconoscevano come quelli che erano stati con Gesù(At 4,13)

Questa è forse una delle definizioni più belle del missionario: uno che è stato con Gesù. Prima ancora delle sue parole, la sua vita racconta una vicinanza. Non annuncia una dottrina, una morale, una spiritualità, una rivelazione privata ma una Persona che ha incontrato, ascoltato e amato.


La lode ci conduce proprio verso questa testimonianza. Quando proclamiamo la grandezza di Dio, il nostro cuore si apre alla sua azione; quando adoriamo, impariamo a mettere Cristo al centro; quando contempliamo, il suo volto comincia lentamente a riflettersi nella nostra vita.


La missione diventa il frutto naturale dell’intimità con Dio.


Chi ha imparato a riposare nell’abbraccio dello Spirito Santo non é estraneo al mondo, ma più capaci di entrarvi in fraternità e prossimità con il cuore di Cristo. Più rimaniamo davanti a Dio, più impariamo a riconoscere la sua presenza nelle persone che incontriamo, soprattutto nei poveri, nei feriti, nei lontani, nei bisognosi e in coloro che hanno perso la speranza. Da questo si vede se la nostra preghiera é centrata su Dio o su noi stessi. Gesù stesso ci ricorda:

«Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me(Mt 25,40)

Il Signore contemplato nell’adorazione è lo stesso che ci attende nel volto del fratello. Non possiamo separare la presenza di Cristo nell’Eucaristia dalla sua presenza in chi soffre. La vera intimità con Dio allarga il cuore, rende più sensibili e ci libera dall’indifferenza.


Attenzione il Cenacolo non è dunque un rifugio nel quale nascondersi dal mondo. È il luogo nel quale riceviamo lo Spirito Santo per poter tornare nel mondo con uno sguardo nuovo. Entriamo nel Cenacolo con le nostre paure e ne usciamo con il fuoco della missione; vi entriamo concentrati su noi stessi e ne usciamo capaci di vedere i bisogni degli altri ... grazie alla lode e all'adorazione.


Ogni missionario ha bisogno di ritornare continuamente al Cenacolo. L’attività, anche quando è generosa, può svuotare il cuore. Le delusioni, le incomprensioni e la fatica possono spegnere l’entusiasmo. Per questo non basta aver ricevuto una volta il fuoco dello Spirito; dobbiamo tornare alla sorgente, lasciarci riempire nuovamente e permettere al Signore di purificare le nostre motivazioni.


Dal Cenacolo alla missione non c’è una rottura, ma un unico movimento dello Spirito Santo. Egli ci conduce nel cuore di Dio e, da quel cuore, ci invia verso il mondo. Ci raccoglie nell’intimità per poi renderci testimoni, ci avvolge nel suo abbraccio per insegnarci ad abbracciare le ferite dell’umanità. La missione autentica nasce quando possiamo dire, con la nostra vita prima ancora che con le parole, che Gesù è vivo, il Padre ci ama e lo Spirito Santo continua a trasformare il mondo.


Nell’abbraccio dello Spirito Santo

Alla fine di questo cammino comprendiamo che la lode non è soltanto un modo di pregare, ma un modo nuovo di vivere davanti a Dio. L’intimità con Dio nasce proprio qui: in un cuore che si apre, ascolta e si lascia trasformare dalla sua presenza. La lode ci insegna a riconoscere Dio non soltanto durante la preghiera, ma anche nella vita quotidiana.


Il vero frutto della lode non è soltanto ciò che proviamo mentre preghiamo, ma ciò che diventiamo: persone più libere dal bisogno di apparire, più disponibili all’azione di Dio e più capaci di amare. Vivere nell’abbraccio dello Spirito Santo significa permettere a Dio di abitare ogni parte della nostra esistenza. Significa lasciare che Cristo diventi il centro e che la nostra vita, nelle parole come nel silenzio, possa riflettere la sua luce.


Prima di concludere questo cammino, lasciamo che il canto francese di Narcisse Fernandes Lopes ci accompagni dalla lode all’adorazione (la traduzione la trovate sotto) e apra il cuore nell’abbraccio dello Spirito Santo..



traduzione in italiano:

Gesù, bruciami del tuo amore,

sul tuo cuore voglio riposare.

Gesù, bruciami del tuo amore,

tutto il mio cuore per adorarti.

...

Gesù, bruciami del tuo amore,

sul tuo cuore trovo consolazione.

Gesù, bruciami del tuo amore,

tutto il mio cuore per desiderarti.


Come un mendicante, in ginocchio davanti a te,

come un piccolo bambino, mi dono a te.

Ho sete, sete di essere amato.

Con il mio cuore trafitto ti ho salvato.

Con il mio sangue versato, ti ho amato e perdonato.

Gesù...


Gesù, bruciami del tuo amore,

sul tuo cuore mi sento amato.

Gesù, bruciami del tuo amore,

tutto il mio cuore per lodarti.


Gesù, bruciami del tuo amore,

sul tuo cuore sono perdonato.

Gesù, bruciami del tuo amore,

tutto il mio cuore da donarti.


Come un mendicante, in ginocchio davanti a te,

come un piccolo bambino, mi dono a te.

Ho sete, sete di essere amato.

Con il mio cuore trafitto ti ho salvato.

Con il mio sangue versato, ti ho amato e perdonato.

Gesù...

 
 
 
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