Le 5 prove che possono fermare la tua missione
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La chiamata non si misura dall’entusiasmo con cui si comincia, ma dalla fedeltà con cui si continua a seguire Cristo nella sua Chiesa.

C’è una pagina del Vangelo che ogni missionario dovrebbe rileggere nei momenti di stanchezza, di confusione o di delusione.
Gesù ha appena pronunciato il grande discorso sul Pane della vita. Le sue parole sono profonde ed esigenti. Alcuni ascoltatori cominciano a mormorare; altri dichiarano che quel linguaggio è troppo duro; molti, infine, decidono di non seguirlo più.
San Giovanni annota con grande sobrietà:
«Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui»(Gv 6,66).
È una scena sorprendente. Se la osservassimo secondo i criteri del successo umano, potremmo dire che Gesù ha attraversato una crisi. Aveva attirato le folle, guarito i malati, moltiplicato i pani e suscitato grandi speranze. Eppure, proprio quando rivela il mistero più profondo della sua presenza, molti si allontanano.
Gesù non li rincorre. Non modifica la verità per recuperare consenso. Non rende meno esigente il Vangelo per trattenere chi ha già deciso di partire. Si volta invece verso i Dodici e pone loro una domanda che attraversa i secoli:
«Volete andarvene anche voi?»(Gv 6,67).
Questa domanda oggi raggiunge ciascuno di noi.
Arriva infatti un momento nel quale l’entusiasmo iniziale non basta più. Non bastano le emozioni sperimentate nella preghiera, la gioia di appartenere a una comunità, i primi frutti dell’evangelizzazione o la consolazione di sentirsi utili.
Arriva il momento nel quale la chiamata deve attraversare il fuoco della libertà.
È allora che scopriamo se stiamo seguendo veramente Cristo oppure soltanto una persona, un gruppo, un’esperienza o un progetto. È allora che comprendiamo se la missione è diventata una parte della nostra identità spirituale o se è rimasta soltanto un’attività tra le altre.
Papa Francesco ha scritto che «ogni santo è una missione»: la missione, dunque, non è soltanto qualcosa che facciamo, ma ciò che diventiamo quando permettiamo al Padre di incarnare in noi un tratto del Vangelo.
Proprio perché la missione coinvolge tutta la persona, essa attraversa inevitabilmente delle prove. Non tutte vengono dall’esterno. Alcune nascono dentro di noi, nei nostri pensieri, nelle nostre ferite, nelle nostre reazioni e nel modo in cui interpretiamo ciò che accade.
Sono prove che possono purificare la chiamata e renderla più solida. Ma, se non vengono riconosciute e affrontate alla luce dello Spirito Santo, possono anche rallentarla o fermarla.
1. La prova di vedere qualcuno prendere un’altra strada

Ogni comunità cristiana conosce partenze e nuovi inizi. Alcune persone percorrono insieme un lungo tratto di strada; altre rimangono soltanto per una stagione. Alcune maturano una chiamata differente; altre attraversano crisi, incomprensioni o ferite che le portano ad allontanarsi.
Quando una persona con la quale abbiamo condiviso la preghiera, il servizio e la missione decide di intraprendere un’altra strada, è naturale provare dispiacere. Possono nascere domande, dubbi e persino un senso di fallimento.
Ma proprio in quel momento occorre tornare alla domanda di Gesù: «Volete andarvene anche voi?»
Il Signore non ci invita a giudicare chi parte. Ci chiede di verificare il fondamento della nostra fedeltà.
Su chi abbiamo costruito?
Se abbiamo fondato la nostra chiamata sulla presenza di una persona, rischieremo di vacillare quando quella persona non sarà più accanto a noi. Se abbiamo costruito sul riconoscimento degli altri, ci fermeremo quando non saremo più applauditi. Se abbiamo seguito soltanto un’emozione, potremo abbandonare tutto quando l’emozione si spegnerà.
Ma se abbiamo incontrato Cristo, allora anche una separazione dolorosa può diventare un’occasione per rinnovare il nostro “sì”.
Le persone hanno un valore immenso. Ci accompagnano, ci sostengono, ci correggono e ci aiutano a crescere. Nessuno, tuttavia, può occupare il posto di Gesù. Soltanto Lui può essere il fondamento definitivo della vocazione.
La libertà fa parte del cammino cristiano. Gesù chiama, ma non imprigiona. Invita, ma non costringe. Accompagna, ma lascia sempre alla persona la responsabilità della risposta.
Per questo possiamo ringraziare sinceramente per il bene ricevuto da chi ha condiviso con noi una parte del cammino. Possiamo affidarlo al Signore, benedirlo e custodire la pace. La gratitudine non ci obbliga a negare la sofferenza, ma impedisce alla sofferenza di diventare risentimento.
Una partenza non annulla il bene vissuto. E non può cancellare la chiamata di chi rimane.
La domanda decisiva non è quindi: «Perché quella persona se ne è andata?»
La domanda decisiva è: «Io, oggi, voglio ancora seguire Gesù?»
2. La prova della delusione e delle ferite

La missione si svolge attraverso persone reali, non attraverso figure ideali.
Le nostre comunità sono composte da uomini e donne generosi, capaci di pregare, servire e sacrificarsi. Ma sono anche persone fragili, segnate dalla propria storia, dalle proprie paure e da ferite non sempre completamente guarite.
Prima o poi qualcuno ci deluderà.
E, con la stessa sincerità, dobbiamo riconoscere che anche noi deluderemo qualcuno.
Gesù ha scelto personalmente Giuda. Lo ha chiamato, formato e inviato insieme agli altri Apostoli. Gli ha affidato responsabilità e, durante l’ultima cena, si è inginocchiato davanti a lui per lavargli i piedi.
Eppure Giuda ha scelto di tradirlo.
Anche Pietro, colui sul quale Gesù avrebbe edificato la sua Chiesa, lo ha rinnegato per tre volte. Nel momento della paura ha dichiarato di non conoscerlo.
Il Vangelo non nasconde queste fragilità. Non racconta la storia di una comunità perfetta, ma quella di uomini limitati che vengono scelti, formati e continuamente rialzati dalla grazia.
Tra Pietro e Giuda, però, emerge una differenza fondamentale.
Pietro, dopo la caduta, permette allo sguardo di Gesù di raggiungerlo. Piange, riconosce la propria debolezza e accetta di essere nuovamente interrogato sull’amore:
«Simone, figlio di Giovanni, mi ami?»(Gv 21,16).
Gesù non nega il tradimento di Pietro, ma non riduce Pietro al suo tradimento. Lo guarisce e gli affida nuovamente il gregge.
Questa è una lezione decisiva per ogni missionario: la santità non consiste nel non cadere mai, ma nel permettere alla misericordia di rialzarci.
Il missionario maturo non idealizza le persone e non le condanna quando mostrano i propri limiti. Impara a distinguere l’errore dalla persona, la fragilità dalla malizia, una caduta da una scelta definitiva.
La delusione può diventare una delle prove più pericolose quando si trasforma in amarezza. L’amarezza deforma lo sguardo: non ci permette più di riconoscere il bene, ci fa interpretare ogni gesto con sospetto e ci convince che nessuno sia degno di fiducia.
Ma la delusione può anche renderci più maturi. Può liberarci dall’illusione che una comunità cristiana sia un luogo senza fragilità. Può insegnarci a poggiare maggiormente sulla fedeltà di Dio e ad amare le persone senza trasformarle in idoli.
Non siamo chiamati a credere che tutti siano perfetti. Siamo chiamati a credere che la grazia di Dio può agire anche attraverso persone imperfette.
Questa consapevolezza non giustifica comportamenti sbagliati e non impedisce la correzione. Ci permette però di correggere senza umiliare, di discernere senza condannare e di cercare la verità senza perdere la carità.
3. La prova del chiacchiericcio e della sfiducia

Esiste una prova capace di entrare silenziosamente in una comunità e di indebolirla dall’interno: il chiacchiericcio.
Spesso comincia in modo apparentemente innocente:
«Hai sentito che cosa è successo?»
«Mi hanno detto che…»
«Non vorrei giudicare, però…»
«Te lo dico soltanto perché tu possa pregare…»
Il linguaggio può sembrare prudente e perfino spirituale. Dietro quelle parole, tuttavia, possono nascondersi curiosità, giudizio, risentimento o il desiderio di orientare il pensiero degli altri.
Il chiacchiericcio non si limita a trasmettere una notizia. Depone un seme nel cuore di chi ascolta.
Quel seme può diventare sospetto.
Il sospetto può trasformarsi in sfiducia.
La sfiducia può generare distanza.
La distanza, infine, può produrre divisione.
Papa Francesco ha rivolto proprio al Rinnovamento nello Spirito l’invito a essere costruttori di comunione e a vigilare sul chiacchiericcio. Non si tratta dunque di una questione marginale, ma di una responsabilità spirituale particolarmente importante per chi vive un carisma di rinnovamento e di evangelizzazione.
In un’altra occasione ha usato un’immagine volutamente forte: chi distrugge la reputazione degli altri con la maldicenza agisce come chi getta una bomba e poi si allontana, lasciando dietro di sé ferite e distruzione.
Custodire la lingua è quindi parte del combattimento spirituale.
Non tutto ciò che sappiamo deve essere raccontato.
Non tutto ciò che ascoltiamo deve essere creduto.
Non tutto ciò che pensiamo deve essere pronunciato.
E non ogni confidenza che ci viene presentata come “verità” è realmente completa, verificata o giusta.
Il missionario maturo non permette che qualcuno introduca nel suo cuore una sfiducia fondata soltanto sulle parole. Prima di prendere posizione cerca i fatti, ascolta le persone interessate e prega per ricevere uno sguardo libero dalle simpatie e dalle antipatie.
Questo non significa nascondere i problemi.
La comunione cristiana non è un silenzio artificiale nel quale nessuno può esprimere una difficoltà. La verità deve essere cercata e, quando necessario, detta con chiarezza. Ma la via indicata da Gesù non è parlare del fratello: è parlare con il fratello.
La correzione fraterna è molto diversa dal pettegolezzo.
Il pettegolezzo espone la persona a chi non può aiutarla.
La correzione cerca il suo bene.
Il pettegolezzo crea schieramenti.
La correzione cerca la riconciliazione.
Il pettegolezzo si nutre dell’assenza dell’altro.
La correzione ha il coraggio dell’incontro.
Per questo il missionario dovrebbe imparare a porsi tre domande prima di parlare: ciò che sto per dire è vero? È necessario? È detto con l’intenzione di edificare?
La comunione è troppo preziosa per essere sacrificata alla curiosità.
4. La prova della coerenza, della responsabilità e dell’obbedienza

La quarta prova arriva quando la missione smette di essere soltanto entusiasmo e diventa responsabilità.
È relativamente facile dire “sì” durante un momento di intensa preghiera, dopo una guarigione interiore o quando ci sentiamo sostenuti dall’intera comunità. È più difficile mantenere quel “sì” quando occorre essere puntuali, rispettare gli impegni, prepararsi seriamente, accogliere una correzione o collaborare con persone diverse da noi.
La fedeltà non si dimostra soltanto nei grandi eventi. Si manifesta nella vita ordinaria.
Gesù dice:
«Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti»(Lc 16,10).
Un missionario coerente non vive soltanto di parole ispirate. Mantiene gli impegni assunti, rispetta le persone, riconosce i propri limiti e non abbandona un servizio semplicemente perché non prova più l’entusiasmo dell’inizio.
La coerenza, però, non riguarda soltanto il rapporto tra le parole e le azioni. Riguarda anche la nostra appartenenza ecclesiale.
Non possiamo dichiararci fedeli a Cristo e considerare secondaria la fedeltà alla sua Chiesa.
Gesù non ha fondato una somma di credenti isolati, ciascuno guidato esclusivamente dalle proprie interpretazioni. Ha costituito un popolo, ha scelto gli Apostoli e ha affidato a Pietro un compito particolare nella custodia della comunione:
«Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa»(Mt 16,18).
La fedeltà missionaria è dunque fedeltà a Cristo, ma proprio per questo è anche amore per la Chiesa, comunione con i suoi pastori e rispetto delle autorità legittimamente costituite.
Sappiamo che oggi parlare di autorità e obbedienza è particolarmente delicato.
Viviamo in una cultura che tende a identificare la libertà con l’autonomia assoluta. Inoltre, anche nella vita ecclesiale, errori, incomprensioni e dolorosi abusi di autorità hanno ferito la fiducia di molte persone. Ignorare queste fragilità sarebbe ingiusto e poco evangelico.
Ma la risposta agli abusi non può essere il rifiuto di ogni autorità. E la risposta alle fragilità di alcuni pastori non può essere una fede individualistica, nella quale ciascuno dichiara di obbedire soltanto a Dio mentre, in realtà, segue esclusivamente le proprie convinzioni.
Papa Francesco ha descritto l’obbedienza come ascolto della volontà di Dio sotto la mozione dello Spirito Santo, riconoscendo che tale ascolto viene autenticato nella Chiesa e passa anche attraverso mediazioni umane.
Questo non significa obbedienza cieca.
L’obbedienza cristiana non elimina la coscienza, non impedisce il dialogo e non giustifica l’ingiustizia. Non impone di tacere davanti a un comportamento realmente abusivo o contrario al Vangelo.
È un’obbedienza adulta, libera e responsabile.
Permette di esprimere difficoltà e persino disaccordi, ma chiede di farlo con rispetto, attraverso i percorsi giusti e senza distruggere la comunione. Quando esistono problemi gravi, occorre rivolgersi alle autorità ecclesiali competenti, custodendo insieme la verità, la giustizia e la dignità delle persone.
Anche chi esercita l’autorità deve ricordare che, nella Chiesa, guidare significa servire. Papa Francesco ha ribadito che l’autorità ecclesiale prolunga la presenza di Gesù soltanto quando viene esercitata nello Spirito e nell’amore; non è un privilegio personale, ma un ministero per il bene del popolo di Dio.
Pertanto, obbedienza e autorità devono purificarsi reciprocamente.
Chi guida non deve dominare, ma ascoltare, discernere e servire.
Chi è guidato non deve rinunciare alla propria coscienza, ma neppure assolutizzare le proprie intuizioni.
Il missionario autentico non dice: «Io rispondo soltanto a Dio», utilizzando il nome di Dio per sottrarsi a ogni confronto. Domanda piuttosto:
«Signore, come posso riconoscere e compiere la tua volontà nella comunione della tua Chiesa?»
I carismi sono doni dello Spirito Santo, ma non sono proprietà private. Vengono concessi per edificare il Corpo di Cristo.
Senza comunione, il carisma può diventare protagonismo.
Senza responsabilità, l’entusiasmo può diventare instabilità.
Senza obbedienza, la libertà può trasformarsi nella pretesa di fare soltanto ciò che corrisponde ai nostri desideri.
La vera obbedienza non spegne il fuoco dello Spirito. Lo custodisce, lo discerne e gli permette di diventare luce per tutta la Chiesa.
5. La prova della speranza: riconoscere ciò che Dio sta facendo

Esiste infine una prova meno evidente, ma decisiva: continuare a sperare quando siamo tentati di guardare soltanto ciò che manca.
Quando qualcuno conclude il proprio cammino, la nostra attenzione può rimanere prigioniera dell’assenza. Cominciamo a domandarci che cosa sia accaduto, chi abbia sbagliato e quali conseguenze potranno derivarne.
Nel frattempo, però, Dio continua a operare.
Continua a chiamare.
Continua a guarire.
Continua a riconciliare.
Continua ad aprire strade nuove.
La speranza cristiana non consiste nel fingere che le difficoltà non esistano. È la capacità di riconoscere che la fedeltà di Dio è più grande delle nostre crisi e che lo Spirito Santo non interrompe la sua opera quando cambiano le persone o le circostanze.
È con questo sguardo che, come Emmaus COM, desideriamo oggi rendere grazie al Signore.
In Francia, cinque aspiranti hanno iniziato il loro percorso di formazione per diventare Partner in Missione. In Italia, sedici aspiranti hanno intrapreso lo stesso cammino.
Sono complessivamente ventuno persone, ma non vogliamo considerarle soltanto come un numero.
Sono ventuno storie.
Ventuno libertà che hanno accettato di interrogarsi seriamente sulla chiamata.
Ventuno cuori che hanno deciso di compiere un primo passo.
Ventuno possibili risposte all’invito del Signore:
«Chi manderò e chi andrà per noi?»(Is 6,8).
Ogni aspirante porta con sé una storia unica: doni, fragilità, speranze, esperienze spirituali, domande e desideri. Nessuno conosce ancora pienamente la forma che assumerà il suo servizio. Ma ogni cammino autentico comincia così: con un passo compiuto nella fiducia.
A questi cinque aspiranti in Francia e sedici in Italia desideriamo esprimere la nostra sincera gratitudine.
Grazie per avere ascoltato la voce del Signore.
Grazie per il coraggio di iniziare.
Grazie per la disponibilità a lasciarvi accompagnare, formare e correggere.
Grazie perché il vostro primo “sì” ricorda a tutta Emmaus COM che Dio non ha smesso di chiamare operai per la sua messe.
L’inizio, tuttavia, non è ancora la meta.
Per questo non vi auguriamo soltanto un cammino entusiasmante. Vi auguriamo soprattutto un buon cammino di fedeltà.
Vi auguriamo la fedeltà dei giorni luminosi, quando pregare, servire ed evangelizzare sembreranno facili.
Ma vi auguriamo anche la fedeltà dei giorni silenziosi, quando non sentirete particolari consolazioni e dovrete ricordare perché avete cominciato.
Vi auguriamo la fedeltà capace di accogliere la formazione, la correzione fraterna e i tempi necessari alla maturazione.
Vi auguriamo di non lasciarvi imprigionare dai confronti, dalle rivalità e dal desiderio di apparire.
Vi auguriamo di custodire la comunione, di amare la Chiesa e di camminare con fiducia insieme ai suoi pastori e alle autorità poste al servizio della missione.
Vi auguriamo di non permettere al chiacchiericcio di mettere radici nel vostro cuore.
Soprattutto, vi auguriamo di innamorarvi ogni giorno di più di Gesù.
Soltanto Lui può trasformare l’entusiasmo iniziale in perseveranza.
Soltanto Lui può trasformare il talento in servizio.
Soltanto Lui può trasformare la fragilità in testimonianza.
Soltanto Lui può fare della nostra vita una missione.
La missione continua perché Cristo rimane
Le cinque prove che abbiamo contemplato non devono spaventarci.
La partenza di qualcuno può insegnarci a fondare la nostra vita maggiormente su Cristo.
La delusione può liberarci dalle idealizzazioni e renderci più misericordiosi.
Il chiacchiericcio può essere vinto scegliendo la verità, la prudenza e la carità.
La fatica della responsabilità e dell’obbedienza può formare in noi un cuore adulto, umile ed ecclesiale.
La speranza può insegnarci a riconoscere i germogli che Dio continua a far nascere, anche quando il terreno sembra attraversare una stagione difficile.
Il successo di una missione non si misura soltanto dal numero delle persone presenti, dalle attività realizzate o dalla visibilità ottenuta.
La misura evangelica è la fedeltà.
Gesù non ci domanderà quanto siamo stati applauditi, ma quanto abbiamo amato.
Non ci domanderà se tutti ci hanno compreso, ma se abbiamo custodito la comunione.
Non ci domanderà se non siamo mai caduti, ma se abbiamo permesso alla sua misericordia di rialzarci.
Non ci domanderà se abbiamo sempre realizzato i nostri progetti, ma se siamo rimasti disponibili al progetto del Padre.
Papa Francesco ricorda che la fedeltà al carisma deve essere una fedeltà creativa: radicata nell’ispirazione ricevuta, ma sempre aperta alle vie nuove suggerite dallo Spirito Santo.
Oggi, dunque, rendiamo grazie per ogni tratto di strada condiviso, per ogni seme di bene seminato e per ogni persona che il Signore continua a chiamare.
Affidiamo in modo particolare a Cristo i cinque aspiranti in Francia e i sedici aspiranti in Italia.
Che lo Spirito Santo li illumini, li protegga e renda sempre più limpido il loro discernimento.
Possano diventare missionari non soltanto per le attività che realizzeranno, ma per ciò che permetteranno a Gesù di compiere dentro di loro.
Possano custodire la gioia senza diventare superficiali, la responsabilità senza diventare rigidi, l’obbedienza senza perdere la libertà interiore e lo zelo senza smarrire la carità.
E quando arriveranno le prove — perché arriveranno — possano ricordare la risposta di Pietro:
«Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna»(Gv 6,68).
È questa la sorgente della fedeltà.
Non rimaniamo perché tutto è facile.
Non rimaniamo perché le persone sono perfette.
Non rimaniamo perché comprendiamo immediatamente ogni cosa.
Rimaniamo perché abbiamo incontrato Cristo.
Rimaniamo perché amiamo la Chiesa che Egli ha voluto e alla quale ci ha affidati.
Rimaniamo perché crediamo che lo Spirito Santo continui ad agire anche attraverso la fragilità delle mediazioni umane.
Rimaniamo perché la sua Parola ha raggiunto il nostro cuore e ha dato un significato nuovo alla nostra vita.
Gli uomini cambiano.
Le stagioni passano.
Le comunità attraversano trasformazioni.
Ma Cristo rimane.
E finché ci saranno uomini e donne disposti a rispondere:
«Eccomi, manda me!»(Is 6,8),
la missione continuerà a vivere, a generare speranza e a portare nel mondo la gioia del Vangelo.




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